il Fish Box e la spesa sostenibile

E niente, finalmente è arrivato.

Riuscivo a stento a contenere le emozioni: Mi batteva forte il cuore e sentivo le farfalle nella pancia, continuavo a guardarmi nervosamente intorno, sicura che sarebbe stato un po’ in ritardo come al solito ed invece con un misto di stupore e gioia eccolo palesarsi di fronte ai miei occhi quasi all’improvviso in tutta la sua magnificenza : Il furgone della Hertz contenente il mio amato Fish box!

Siccome gli uomini più che regalare emozioni, a parte brevi e fugaci parentesi, tendenzialmente vengono a rompere i coglioni, ho deciso che d’ora in poi mi esalterò solo di fronte al cibo. Che poi detto tra noi non è che sia una decisione che prenda facendo grossi sforzi, diciamo che è già una mia inclinazione naturale.

E così è stato ieri quando mi sono recata davanti all’ Askatasuna ,ad attendere l’arrivo del furgoncino che portava questa meraviglia di pesce che arriva da Termoli , viene pescato in maniera sostenibile e cioè tenendo conto della stagionalità e dei periodi di riproduzione delle specie, senza reti a strascico ed amenità varie che purtroppo stanno devastando il nostro mare senza rispetto alcuno.

Eravamo lì , meno di una decina di persone, un gruppetto eterogeneo. I componenti del G.a.s Vanchiglia più un infiltrata: Io. Arrivato il furgoncino incomincia la distribuzione dei pesci: Elena tiene l’elenco, si paga, si prende il pesce e si viene depennati dalla lista. Et voilà!

Io con il mio tesssoro in braccio, perché naturalmente avevo scordato la borsa, sono subito andata tutta tronfia e felice Da Emilia a mostrarlo alle mie amiche Chicca e Claudietti, manco avessi appena partorito. Ho aperto lo scrigno lentamente  guardandole intensamente  negli occhi per carpirne  qualche emozione ed invece ho potuto notare solo lo sguardo schifato di Chicca causato dalla vista dei dentini dei Merluzzi. Ma non importa, quando glieli riproporrò cucinati avrò la mia agognata soddisfazione.

Devo ammettere che appena arrivata a casa e giunto il momento della pulizia dalle interiora dei suddetti, la poesia mi è un po’ passata e chi si pulisce da solo il pesce mi può anche capire.Un calamaro può contenere moltitudini. Figuriamoci 2 chili e mezzo. In pratica la mia cucina alla fine della faccenda sembrava il set di un film di Dario Argento. Io puzzerò di pesce ancora per una settimana, credo.

Comunque in meno di mezz’ora me la sono cavata, ho messo su il brodetto con i resti dei gamberi ed ho fatto tante buste monoporzione con il pesce pulito. Ho surgelato tutto a parte una discreta quantità di Gamberi e mi sono fatta una pasta che ha ottime probabilità di diventare il mio futuro cavallo di battaglia: tagliolini al nero di seppia, avocado, gamberi appena scottati e peperoncino fresco. Una goduria.

Siccome uno degli obbiettivi che mi sono imposta quest’anno è di imparare a fare la spesa rifuggendo il più possibile i supermercati e concentrandomi su piccole realtà cercando di mantenere la concentrazione sulla qualità dei prodotti, il costo  e l’etica verso gli animali (anche se qui l’unica soluzione sarebbe smettere di mangiare carne e basta, ma al momento non ci riesco perciò cerco un compromesso.) Ho trovato che quest’iniziativa sia l’alternativa più interessante.

se volete saperne di più, ecco il link: http://www.fishbox.it/

E poi volete mettere il valore aggiunto dell’attesa? Quella sensazione che può provare solo chi l’ha già acquistato una volta, di stare lì fuori ad aspettare e sentirsi osservato dagli estranei che pare stiano pensando” Che minchia fanno quei quattro fessi” E invece intimamente tu ti senti il membro di una società segreta con l’altissimo scopo di salvare il mondo.

Quindi il concetto che accompagna tutto sto sbrodolamento di parole è sempre lo stesso: Un po’ meno, un po’ meglio.

Che si applica non solo al cibo ma a quasi tutto, credo. Ultimamente ne ho potuto apprezzare l’essenza anche nella comunicazione. Meno parole ma che arrivino direttamente dal cuore. Mi sto applicando pure in questo ma come avrete potuto notare avrò enormi difficoltà a trovare in me il dono della sintesi.

C’è anche da dire che negli anni come spesso accade, divento sempre più simile a Madre e tutto il casino del mercato del pesce inizia ad infastidirmi non poco.E’ vero, anni fa andavo serenamente, una volta dopo una memorabile imitazione della Seppia me ne hanno persino regalata una, ma ero più  giovane e più paracula (incredibile ma vero)adesso che, forse un po’ precocemente (ma mica poi tanto) mi godo le gioie dell’ anzianità, posso dire con candore che mi stanno sul culo quasi tutti. Perciò sono obbligata in qualche modo, a cercare alternative alle urla beduine del mercato.

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Il mio tesssssoro

 

 

 

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La nobile arte del “Chi se ne frega”

L’anno scorso in uno di quei momenti in cui ero sicura che sarei riuscita a cambiare radicalmente me stessa e la mia vita, acquistai il libro” Il magico potere del riordino” manuale scritto da una tizia Giapponese su come tenere ordinata la casa e di conseguenza il proprio spirito.  Nonostante l’idea sia stuzzicante, il manuale un successo clamoroso ma soprattutto io ci abbia speso ben 13 euro, dopo poche pagine lo volevo già buttare nella differenziata degli acquisti inutili. Degli eccessi di zelo. Dei vorrei ma non posso.

Trattasi di tecnica impossibile da perpetuare nel tempo a meno che tu non sia un ossessivo- compulsivo patologico. Io sono un ansiosa, questo è vero, ma di quelle che fanno casino per intenderci. Sistemo casa e dopo pochi minuti ho già creato uno tsunami di calzini spaiati,bicchieri sporchi e peli di cane/gatto nei posti più improbabili. La mia borsa più che  quella di Mary Poppins ricorda il bidone della monnezza  di Porta Nuova.

Non posso nemmeno usare le mie patologie per migliorarmi la vita. E’triste ma è così.

 Comunque non è la prima volta che mi accingo in missioni impossibili per cercare di cambiare me stessa, forse è uno dei miei sport preferiti.Ultimamente ho toccato l’apice lasciandomi convincere a partecipare alle selezioni per il casting di un noto programma televisivo che non ho nemmeno mai visto. Non posso fare nomi perciò userò un paio di soprannomi per darvi un indizio: Cosetto, Cosone , Cosanich e Cacamucazzo. devo dire che sul subito mi sono sentita molto esaltata dalla faccenda soprattutto perché così scherzando sono stata anche chiamata più volte tanto da dovermi chiedere seriamente cosa fare se fosse andata in porto questa cosa.

Una parte di me bestemmiava. L’altra invece, con lo spirito di quello che si accinge sotto le grinfie del boia pensava che questo sarebbe stato lo shock che mi avrebbe fatto cambiare radicalmente. Lo shock. Allora ho deciso.

Non è stato semplice capire dove stava il confine tra quello che volevo veramente io e quello che pensavano fosse giusto gli altri per me. Mi sono sentita tanto amata e lusingata dal fervore generale che c’era dietro questa faccenda e su questo punto devo sicuramente ragionare perché ho avuto di nuovo la percezione che gli altri credano in me più di ME e questo non va bene.

Ed uno dei motivi è che non saprò mai se una cosa la farò per puro piacere, per sana ambizione o solo per voglia di piacere agli altri. Anche per questo ci ho messo un punto.

Tra tutte le arti ed i trucchi per vivere meglio che si possono imparare, almeno nel mio caso, la migliore di tutte è “L’antica e nobile arte del chi se ne frega” Della quale il profeta assoluto è E. che la usa come intercalare tanto quanto i Genovesi usano il “Belin”. Quasi come una virgola.

E’ incredibile come una chiacchierata a volte possa risultare salvifica.

Per una come me che sente di dover portare il destino di ogni essere vivente sul groppone, senza accorgersi che nessun essere vivente sano di mente vorrebbe che la sua sorte dipendesse dalle mie intenzioni, non è stato un concetto facile da digerire

Poi però ragionandoci un po’ cercando di andare a fondo alla questione, superando qualche reminiscenza di educazione Cattolica ho capito che questa cosa di preoccuparsi dell’opinione degli altri è una grandissima perdita di tempo e miete solo vittime.

Vittime morte di noia nell’attesa eterna di mettere d’accordo tutti.

Implica una costante non azione, un sentirsi sempre impreparati, un rimandare a tempi e giorni migliori. Implica una quantità di vaffanculo non detti per paura di ferire chi ti ha già ferito abbondantemente, implica un sacco di baci e di abbracci non dati e di biglietti non presi e di parole rimaste in gola. Implica la rinuncia consapevole alla gioia.

Io penso di essere arrivata a quell’età in cui forse forse mi vado bene come sono anche se sono assolutamente consapevole del fatto che se sarò fortunata e non guarderò al passato e alla mia giovinezza con troppa nostalgia, sarò portata a cambiare sempre, ma in fondo la mia essenza resterà sempre la stessa: Bizzarra, disordinata e molto bionda.

Bionda che  oggi ha in tasca un biglietto, un libro ed un gran “Chi se ne frega”

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Incontri

Da una settimana ho un nuovo amico. Si chiama Nicola, ha 73 anni e lo incontro ogni mattina sul lungo Po mentre vado a fare la passeggiata fino al mio posticino del cuore con Ciro. Ci siamo incontrati la prima volta Lunedì, mi ha chiesto il nome del cane e siccome è di Salerno ci siamo messi a scherzare ed è partito il solito siparietto :” Ciiiro mannaggia ‘ morte!” Con conseguente racconto drammatico del ritrovamento della creatura abbandonata in tangenziale.

Adesso lo incontro tutti i giorni seduto sulla stessa panchina, mentre aspetta la moglie che gli va a ritirare le analisi all’ospedale lì vicino. Lui mi chiede di sedermi, io mi nego e lui mi dice:- se ti fermi un secondo ti faccio una promessa- Io che sono curiosa come una scimmia ci casco subito e lui mi dice che mi promette che se mi siedo posso dargli un bacino.

Così incominciamo a parlare, seduti su quella panchina. Lui mi fa un sacco di complimenti, io fingo di crederci e Ciro bruca l’erba. l’altro giorno mi ha chiesto cos’ho che non va che nessuno mi ha ancora “arrubbata”. Io gli ho risposto che preferisco i contratti ad uso transitorio, lui ha riso ma secondo me non ha capito e sotto sotto avrà pensato che  fossi un po’ bagascia.

Quando scorge da lontano la moglie che sta arrivando, giuro, si emoziona come un bambino e mi dice che quella donna lì ogni giorno gli salva la vita, che è la cosa più preziosa che ha e che se è ancora vivo lo deve solo a lei. Lei arriva, carica come un somaro, un po’ timida e sorridente, ci fermiamo a parlare tutti e tre ancora un momento e poi ognuno per la sua strada fino al mattino seguente.

Io  penso quanto segue: che Nicola da giovane sia stato un gran furbetto ma di quelli chiacchieroni con lo spirito leggero che non farebbero mai male ad una mosca. Che gli uomini apprezzino la dedizione delle donne in differita e che alle donne alla fine tocca sempre il lavoro sporco, ma che lo sanno fare con molta grazia.

Io che segretamente sto cercando di carpire più informazioni possibili sull’amore, resto invece sempre più confusa. Ma credo che l’immagine di Nicola che aspetta la sua “preziosa” sulla panchina, possa esserne una sfumatura abbastanza veritiera.

 

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Il Panificio Bertino

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Una decina di anni fa, mentre passeggiavo trulla trulla per le vie del quartierino, tentando di schivare le cacche di cane e le bottiglie rotte sul marciapiede di Via Galliari, mi fermai a guardare la vetrina di questo piccolo panificio in preda ai morsi della fame. Il proprietario si affacciò e ci mettemmo a chiacchierare del più e del meno, come spesso mi accade data la mia proverbiale logorrea. Ad un certo punto venne fuori che sono Ligure così lui esclamò tutto tronfio: Assaggia la nostra focaccia! E’ più buona di quella originale!  Se ne fossi stata capace, avrei alzato un sopracciglio, ma la mia mimica facciale , va un po’per i cazzi suoi, così a volte mi capita che quello che vorrebbe essere uno sguardo d’incredulità misto supponenza, diventi un espressione alla “Urlo di Munch”.

E poi mi lamento sempre di essere fraintesa.

Comunque la focaccia l’assaggiai e non era per nulla male, ma l’abitudine mi portò a ritornare solo molti anni dopo, per fare una commissione per la  mia amica Titta e adesso, non li mollo più manco se a loro, a volte, piacerebbe.

Il proprietario non c’è più da qualche anno e  adesso lo gestisce il figlio Andrea con la compagna Alice. Io mi diverto sempre un casino quando vado lì, perché entrambi sono due soggetti niente male. Alice è una donna concreta e determinata. Una gran lavoratrice, una che sa come si sta dietro ad un bancone, si fa un gran mazzo e riesce ad essere sempre brillante e sorridente. Quando entri nel negozio, non esci mai senza aver assaggiato qualcosa di nuovo o un pezzo di focaccia appena sfornata. Una goduria unica. L’unica cosa che le posso rimproverare è questa passione per il rosa.

Però a parte questo la sua dote principale è la pazienza. Altrimenti non si spiegherebbe come faccia a sopportare  da così tanto tempo Andrea.

Andrea è l’artefice di tutte le meraviglie che escono dal forno, tra le cose che preferisco ci sono la pizza con i freschi: germogli, noci, rucola e pomodoro fresco; Quella con le puntarelle e  le acciughe; la Sardenaira e quella piccante con i peperoni, che si sa, a me piace stare leggera. E naturalmente la focaccia appena sfornata che mi rimanda immediatamente alla mia infanzia. Altra meraviglia delle meraviglie è il pane e cioccolato: Una bombetta di tre etti almeno, fatta con l’impasto del pane e le gocce di cioccolato. Per un euro ti compri un poco di felicità  e chi se ne frega se quando hai finito sembri il cane quando si è rotolato nel fango. Ne valeva la pena.

Andrea ti porta a fare un giro a vedere il forno, uno dei più antichi d’Europa anche se non vuoi. Ti racconta tutta la storia e ti lascia addosso la passione per il suo lavoro anche se non gliel’hai chiesto. E’ Una persona speciale anche se mi duole ammetterlo pubblicamente perché giochiamo a dirci un sacco di cattiverie: mi chiama “picchiatella” e mi dice altre nefandezze che non si possono ripetere, comunque tranquilli, anch’io mi difendo bene. Mi tiene dieci minuti buoni tutti i giorni a parlare di cacca, perché è uno che ci tiene a sviscerare per bene l’ argomento.

Un’altra cosa per cui apprezzo questo posto è che hanno questi risi buonissimi, di una cascina del Vercellese, oltre i classici: Arborio, Carnaroli e Roma propongono Riso Venere, Rosso selvatico, Integrale e Basmati di ottima qualità ad un prezzo ridicolo rispetto ai supermercati, che se ti compri una  confezione di riso venere da 500 g capace che la paghi 4 euro e non è della stessa qualità. Io una volta gliel’ho detto ad Alice ma lei non ha mai aumentato di un centesimo. La sera, quando stanno per chiudere, mettono quello che è avanzato in un sacco fuori dalla porta per chi ha qualche difficoltà e se ne vanno ballare latino americano nel bar  a fianco. Sono una delle mie coppie preferite. Sono persone semplici, eccezionali, vere e appassionate. E sanno fare bene il loro lavoro. A me piacciono i posti così : dove sai che entri per nutrire meglio il tuo corpo e finisce che hai nutrito un po’ anche la tua anima.

 

https://www.facebook.com/panificiobertino/

 

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El barrio

Oggi ho fatto i conti ed ho scoperto che sono 13 anni che vivo a Torino. La cosa mi ha fatto specie per due motivi: il primo è che il 13 è il numero che ossessivamente scandisce i tempi della mia vita, dal quale sono a dir poco ossessionata. E la seconda è che mai avrei pensato per come è incominciata questa avventura, che sarebbe durata tanto. A  vent’anni ho vissuto per qualche tempo a Bologna ma poi per varie vicissitudini, la mia permanenza lì stava diventando claustrofobica. Perciò mi ritrovai a fantasticare di ricominciare in nuovi lidi. Mi venne in mente la gita che facemmo al liceo alla  sede della Stampa.In quell’occasione incontrai un Clochard che vendeva “gioielli” ricavati dai rifiuti.

Io ho vissuto molti  anni a Genova e coi disadattati c’ho un certo feeling. Solitamente mi ci fidanzo, ma in quell’occasione ci andai stranamente cauta e  gli comprai solo due o tre ammennicoli di dubbio gusto. Ricordo che, da abile venditore  quale alla fine si rivelò il soggetto, mi ci aggiunse un valore intrinseco  per giustificarne l’acquisto incominciando  a dire qualcosa del tipo che quell’oggetto mi avrebbe tenuta legata a Torino ed in qualche modo ci sarei tornata. Ed infatti eccomi qui, che mentre scrivo mi accorgo che la disadattata vera sono io. Una donna in balia della casualità.

Però posso dire che sarà per un colpo di fortuna, sarà per la casualità stessa della faccenda, qui io ho trovato casa ed una seconda famiglia. Per la precisione ho trovato entrambe a San Salvario il quartiere dove abito da sempre, tranne che per una piccola parentesi di un anno e mezzo in Crocetta della quale ricordo solo il rumore dei clacson  di Corso de Gasperi e le vecchie ricoperte d’ori e di stizza che cercavano di passarti avanti in ogni luogo: al supermercato, alla posta, a bar e a volte anche sulle strisce. Con quella simpatica scritta in sovraimpressione tatuata sul volto “Sispostipezzente!”. Inutile dire che tornare nel quartierino, è stato per me un sospiro di sollievo.

Per una persona con radici  Wireless come me, vivere qui è il microcosmo ideale anche se a volte la ” Torinesità” ha l’effetto su di me di una calza contenitiva di tre taglie più piccola: Un po’ mi soffoca un po’ mi  definisce nuovi margini.

La prima casa in cui ho abitato si trovava in via Saluzzo angolo via Berthollet  ribattezzato quasi subito: ” L’angolo della morte” a causa della densità  di spacciatori, ubriaconi di zona e prostitute e di “ultimi” in generale,  che bazzicavano il marciapiede sotto casa. Certo, avere negli occhi quel degrado quotidiano non è piacevole, ma immagino sia più spiacevole viverlo sulla pelle e a parte alcune esternazioni offensive  e sessiste non ho avuto grossi problemi a tornare a casa né di giorno né di notte. Dopodiché mi sono imborghesita e adesso vivo  in zona Corso Marconi, le colonne d’Ercole della “Movida” che da qualche anno ha preso possesso del quartiere. Da casa mia  non senti le urla beduine  della gioventù alterata del week-end, però puoi scommettere su quanti elementi si sono ubriacati abbestia, contando le vomitate per la strada l’indomani. Io non dovrei parlare perché fino a qualche anno fa ero la regina della festa, ma  una delle gioie d’invecchiare è fare ” il bue che da del cornuto all’asino” senza vergogna alcuna e non sarò certo io a porre fine a questa tradizione. San Salvario è uno dei quartieri multietnici della città. Qui coabitano e lavorano perlopiù serenamente razze e culture diverse. Tra le attività che richiamano sempre la mia attenzione abbiamo: il videonoleggio dei Nigeriani con le locandine dei dvd in vetrina   che sono tutto un tripudio di armi, soldi e volti trasfigurati dal dolore. Un curioso mix tra la soap opera latina, il buon gusto dei video di 50 cent & co e lo splatter dei film di Rodriguez. Sono anni che  giuro a me stessa di entrare ed affittarne uno per approfondire il tema, ma ad oggi, non ne ho ancora avuto il coraggio. C’è la galleria d’arte con il centro scommesse annesso della mia compagna di accademia Claudia, c’è il Kebabbaro di Bibo detto anche ” Il sindaco” che ti saluta sempre gridando: Ciao Negra! In via Belfiore ma attualmente si è spostato in via Principe Tommaso ,c’è uno dei Primi Sexy shop della nuova generazione, quelli rosa e  leziosetti per capirci, che vendono articoli Hi tech discreti, colorati e costosissimi e dove il commesso non è un cinquantenne sovrappeso e unto che ti dice:- la vedi quella bambola gonfiabile? Costa 500 euro ed è più calda di te!- (Storie di vita vissuta) Bensì una coppia giovane, professionale e simpatica.  Nel quartierino coesistono negozi che sono lì da sempre e nuove attività. I più con fatica resistono, ma altri, vuoi l’assenza di ricambio generazionale , vuoi la fatica ad arrivare alla fine del mese, stanno poco a poco chiudendo lasciando il posto a squallide chupiterie tutte uguali, tutte inutili. Portando via con sé un pezzetto di storia. Mi ricordo della polleria sotto casa dove andavo con Claudietti, gestita da una coppia di signori sui 70: Lei bionda e truccatissima un po’ affaticata da un visibile inizio di Parkinson; Lui un ometto alto un metro una mela e poco più,  sempre attento ad agevolarla senza che lei  se ne accorgesse altrimenti s’incazzava come una bestia. lavoravano come somari e raccontavano sempre le mirabolanti avventure della figlia neolaureata, che partiva a conquistare il mondo grazie ai loro sacrifici e alla cospicua parte di stipendio che gli lasciavo, golosa del loro sotto filetto e dei tortelli più buoni di tutta Torino. Costavano oro ed in quell’occasione ho iniziato ad apprezzare il concetto:- un po’ meno, un po’ meglio- che secondo me va applicato a tutte le cose della vita.  Adesso c’è uno dei tanti negozi gestiti da Pakistani che vendono alcolici e cartine. Una delle mie attività diurne preferite  è gironzolare per il quartiere alla ricerca di questi posti, lentamente sto imparando a fare la spesa solo nelle piccole attività di zona per dare il mio  piccolo contributo per non vederle sparire e per poter accedere a prodotti qualitativamente migliori che al supermercato. Battendo il quartiere in lungo e in largo ho trovato  quasi tutto quello che mi serve senza spendere una fortuna. L’unico inconveniente se così si può dire è che  quando esci a far la spesa sai quando parti ma non quando torni, ci conosciamo tutti e non scambiare quattro chiacchiere anche con la signora che non sai come si chiama ma che incontri sempre al mercato, pare brutto. Avere fretta non è contemplato e riuscire a dribblare le conversazione è un arte  segreta che ci si tramanda di generazione in generazione. Magda mia suocera immaginaria, dice che la strada da casa verso il mercato ha più tappe della via crucis. Ed anche se quando ci vediamo ce ne lamentiamo sempre, entrambe non neghiamo mai una pezza a nessuno.

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Il secondo velo

Diciamo serenamente che tra cambio dell’ora, cambio di stagione, cambio dell’armadio, questa Primavera sta avendo l’effetto su di me, che potrebbe avere un potente allucinogeno. Non riesco a dormire, non riesco ad organizzarmi, non riesco a pensare, passo dalla depressione più nera al sovraeccitamento all’incirca ogni 20 minuti. In compenso riesco a mangiare tranquillamente come un camionista di 90 kg senza batter ciglio.

Credo che questa fame atavica sia dovuta ad un dilatamento delle pareti dello stomaco causato da indovinate chi :Ninin e Padre.

Se il buongiorno si vede dal mattino, il mio inizio su questa terra è stato a dir poco turbolento. Da lì ad occhio allenato si poteva capire che anche il seguito avrebbe avuto quell’andamento ma non mettiamo troppa carne al fuoco.

In un’assolata estate di tot anni fa, una Madre panzona, si faceva beatamente gli affari suoi al mercato di Piazza Palermo a Genova, senonché, venne chiamata in ospedale per partorire anche se io non avevo dato nessuna avvisaglia di voler uscire a vedere che aria buttava. Le hanno indotto il parto e la motivazione ancora oggi, per me rimane un mistero. So solo due cose: la prima è che i medici hanno iniziato a rompermi i coglioni un po’ troppo presto. La seconda che nella traversata delle membra materne ci son stati svariati  problemi e  mettici che ero pure sottopeso, mi son fatta anche un giro nell’incubatrice. La vicenda ha generato le seguenti reazioni nella mia famiglia:

Madre, siccome ero troppo piccola , quando ha dovuto presentarmi ai miei fratelli che ritornavano dalle vacanze a Panama ha pensato bene d’imbottirmi il vestitino di carta igienica per farmi sembrare più consistente. Complimenti per la creatività ma tanto loro mi hanno schifata lo stesso per almeno cinque anni, perché non interagivo, dormivo ed evacuavo e basta.

Invece quelle volpi astute di Padre e Ninin, naturalmente ognuno all’insaputa dell’altro, avevano incominciato a darmi biberon extra per farmi ingrassare. A sei mesi avevo abbondantemente recuperato e sorpassato gli altri bambini. Se riguardo le foto da piccola non ce n’è una in cui non abbia il rigurgito e sembro la figlia illegittima dello zio Fester  degli Addams.Che carina. Da lì a me viene sempre spontaneo pensare, soprattutto in quest’ultimo periodo che l’argomento sta scatenando gli animi della gente, che l’orientamento sessuale dei genitori naturali e non, sia l’ultimo dei problemi di un bambino.

Comunque con un certo vanto posso dire che dopo quell’esperienza il mio appetito è sempre stato proverbiale. Ho sempre finito gli avanzi dei piatti dei miei fidanzati ed uno dei miei più grandi moti di orgoglio è aver mangiato per pranzo 4 etti di agnolotti con burro ed abbondante parmigiano. da ciò si evince, intanto, che io dia un significato molto personale al concetto d’ambizione e che , se non mi do un giro di tanto in tanto, la mia dieta è senza dubbio squilibrata. Ho imparato a cucinare per sopravvivenza. Claudietti ricorda che tredici anni fa, quando sono arrivata a Torino, mi nutrivo solo di coca cola, prosciutto di parma e mozzarella di bufala. In alcuni periodi tendo più a colmare il vuoto che sento dentro che nutrire il mio corpo, ma da qualche tempo sto imparando a prendermi cura di me stessa e che il cibo può essere un valido alleato anche per la ricerca del benessere e della felicità. Si è così. L’unico problema è che non conoscendo grigi nella mia vita, per prendere una sana routine devo per prima cosa eliminare definitivamente tutto ciò che mangio più per abitudine e cambiare radicalmente la mia routine alimentare. In pratica inizio con una disintossicazione radicale che comporta, tra le altre cose,

un ‘incazzatura intrinseca ed altri vari malesseri per la prima settimana. Cosa che porta tutti i miei amici ad evitarmi come la peste nera. Ma quando il corpo si disintossica capisco che ne vale la pena. E siccome abbiamo superato brillantemente la caduta del primo velo, cioè dell’abbandono del fumo, ho pensato che questa potesse essere la seconda prova alla quale sottopormi per fortificarmi e liberarmi da quei gesti automatici che mi allontanano da me stessa. Il secondo velo, per l’appunto.

tutto ciò per dirvi che presto, tornerò ad argomentare di cibo, cosa per la quale, avevo deciso di aprire queso blog. L’ho solo presa un po’ troppo larga. stay tuned.

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Madre che a modo suo tenta di salvarmi da un futuro da cicciona. Io molto contrariata

 

Il cibo, la musica ed i moti dell’anima

Ieri sera ho dovuto cucinare in fretta e furia un tris di piatti per un’idea malsana che è venuta alla mia amica Cristina e che se per caso andrà in porto, mi metterà nei guai. Ma io ci sono abituata perciò per il momento non mi scompongo più di tanto.

Così ho invitato  a cena il mio amico Stefano nonché il mio insostituibile maestro di Ukulele. Uomo di impareggiabile pazienza e sensibilità. Alla fine, ovviamente non abbiamo fatto lezione e ci siamo abbuffati come facoceri tirandoci giù una bella bottiglia di Santa Cristina che non guasta mai. E’ stata una di quelle belle serate in cui incominci a parlare, mosso dalle bollicine e dalla panza piena, di massimi sistemi, di senso della vita, un po’ per bilanciare la grezzaggine con la quale ci siamo avventati sul cibo, un po’ per moto spontaneo, un po’ per l’avvinazzamento imperante. Il succo del discorso, ammesso ce ne sia uno e non me lo stia inventando paro paro per darmi un tono, era basato sull’interrogativo su come cazzo ha fatto l’essere umano a progredire così tanto e nello stesso tempo ritrovarsi così lontano da se stesso e dal senso dell’esistenza.

Di come questo senso di inadeguatezza, di smarrimento, che abbiamo tutti, chi più chi meno, sia forse dovuto  in parte al fatto, che cerchiamo di riempire la nostra vita di cose credendo che queste ci faranno sentire migliori. Di come abbiamo bisogno di fare un certo tipo di percorso prestabilito per sentirci realizzati: la laurea, il matrimonio la casa i figli per poi accorgerci che probabilmente non l’abbiamo desiderato veramente e quelle cose che ti dicevano fossero le cose importanti della vita finiscono per diventare delle gabbie dorate dalle quali presto o tardi ti accorgi che non puoi più uscire. Che ansia. Io comunque da quel punto di vista sto a posto perché non ne ho imbroccata una: niente laurea, no marito ,no figli e nessuna proprietà. Per molto tempo mi sono sentita in difetto per queste cose ma in questo preciso momento mi sento solo più leggera. Ho sempre avuto la strana sensazione che tutte quelle cose vengano fatte più per far piacere agli altri che per se stessi, probabilmente io e il destino abbiamo peccato di mancanza di tempismo, ma se mi guardo indietro son felice di tutto ciò che ho lasciato (e che mi ha lasciato) andare perché in realtà, non credo di voler appartenere a nulla. Ma la cosa più bella di tutte è che so che in qualsiasi momento potrò cambiare idea e cavalcare un  nuovo punto di vista,cercare altri  stimoli, avere nuovi desideri, non si può controllare cosa cambierà in noi ed è meraviglioso  lasciarsi sorprendere dalla vita. Ieri si diceva  tutto questo ed è stato  molto bello sentire Stefano che parlava di tecniche per arrivare alla pace interiore, di come il cervello sia un alleato, una macchina che ci aiuta a risolvere i problemi ma che senza la collaborazione di cuore, pancia e sesso, spesso non fa che crearli i problemi.

Alla fine ho pensato che forse il senso della vita è godersela per intero, restando nel presente, facendo quello che ci piace. Ma chissà perché se dici questa cosa in giro , le persone ti guardano come se fossi solo un fancazzista che non ha voglia di crescere, l’eterno Peter Pan. Credo tendenzialmente che  gli altri giudichino in maniera negativa non solo quello che non possono comprendere ma anche quello che sotto sotto vorrebbero ma che toglierebbe il senso a tutto quello che hanno perseguito per una vita. Abbiamo tutti bisogno di darci conforto nella ragione.

Stefano è un cantautore, un bravissimo musicista che ha vissuto dieci vite, un uomo dalla rara delicatezza che segue il suo sogno. questo è una delle sue canzoni che amo di più:

Io non so ancora darmi una definizione,m’interessano molte cose ma non sono mai stata in grado di sceglierne una ed approfondire. Diciamo che me la cavicchio in due o tre faccende  ma resto sempre in superficie. Il cibo e la musica sono due delle mie grandi passioni. Mi piace cucinare per chi amo anche se per me stessa faccio sempre piatti che assomigliano vagamente alla pappa del cane, però senza grandi sforzi riesco a tirare su una bella cena in semplicità per un po’ di persone e tutte le volte si crea una bella magia. Mi piace da morire cantare, ma a casa, convinta che non mi senta nessuno anche se in fondo lo so che mi piglia per il culo tutto il palazzo dato che io, ogni mattina sento distintamente i piagnistei ed i discorsetti della treenne del piano di sotto. Le pareti di casa mia  sono ostie ed il mio pubblico subisce suo malgrado con lo stesso entusiasmo con cui assistevo io alla messa della Domenica.

E’ che sia la musica che il cibo riescono ad evocare delle emozioni in maniera quasi istantanea, passano direttamente attraverso la pelle ed amplificano i nostri sensi. Riescono a far affiorare ricordi in maniera più totalizzante, ci sono canzoni che non smettono mai di commuovermi ed io sono una che se si fissa su un pezzo è capace di riascoltarlo ad oltranza da qui a per sempre. Caruso di Dalla è talmente legata a mio padre che ricordo perfettamente quando l’abbiamo ascoltata insieme in un viaggio di ritorno da Firenze sulla sua” Alfa 164″( la macchina da pappone per antonomasia) e ci siamo commossi insieme. E dire che non ricordo quasi nulla. Il mio cervello ferma solo i dettagli. Ma ogni volta che la riascolto io sono lì. Ci sono degli odori e dei sapori che mi rimandano immediatamente e Panama. So che quando nel mio frigo abbondano papaya, mangos e latte di cocco è perché ho nostalgia e voglio tornare, ma magari non posso e allora mi mangio un pezzetto delle mie radici. Meglio che niente. Il cibo e musica sono le due cose che ci avvicinano di più al sublime. Ed  anche se molte persone, tra le quali me medesima hanno gusti discutibili al riguardo, è una cosa che riguarda tutti in qualsiasi parte del mondo. Sono necessità che semplicemente abbiamo dentro da sempre, sono la nostra memoria, sono l’idea che cerchiamo d’ignorare, che le cose che  veramente ci servono sono il nutrimento del corpo e dell’anima. Per tutto il resto c’è Mastercard e l’intuizione che ci stiano prendendo abbondantemente per il culo.

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L’epilogo più probabile di una normalissima cena con i miei amici.

Il vaso di Pandora

Accennavo, alcuni articoli fa, che io e nonna Ninin abbiamo in comune questa strana ossessione per il mito di Pandora. Io non ho alcun ricordo di lei che me ne parla, eppure pare che di riffa o di raffa questa faccenda abbia colpito entrambe anche se a causa d’inclinazioni molto diverse. Ora io non so se l’interpretazione che darò di questa cosa, abbia un suo fondamento perché Ninin da anni non c’è più e non ho mai avuto il tempo di chiederglielo dato che l’ho saputo solo dopo la sua dipartita. E’ venuto fuori quando ho sentito che la società  che aveva in Panama si chiamava “La Casita de Pandora” da lì  si è insinuato il dubbio e poi Madre mi ha dato la conferma. Chissà se anche queste cose sono catalogate nel nostro DNA e ce le tramandiamo di generazione in generazione. Mah.

Io non la conoscevo bene, i rapporti erano limitati per ovvie ragioni di distanza effettiva ed anagrafica ma credo che l’avesse interpretato come il talento tutto femminile di tenere a bada il male e il dolore, una sorta di privilegio o di potere che dir si voglia di saper fare fronte ad avversità con tenacia e di saper affrontare i mali inevitabili della vita avendo come asso nella manica questa effimera ma potentissima risorsa che è  la speranza.

La famiglia di Madre è una famiglia matriarcale. Anche se nonno Giorgio era quello che sgobbava di brutto, le decisioni, discutibili o meno le prendeva TUTTE lei. Lei era un generale con lunghi Caftani colorati ed un caratterino mica da ridere, che adorava tenere le redini di una famiglia di dimensioni (e conseguenti problematiche) spropositate. Amava le cose belle e lussuose, voleva che fosse sempre riconosciuto il suo status sociale, il suo ruolo centrale ed insostituibile nella famiglia, probabilmente le scorreva nel sangue ancora l’animo dei conquistadores Spagnoli. Aveva una tempra inaffondabile. A 92 anni quando io ne avevo una ventina ed ero a malapena in grado di accendere un computer lei ci mandava le mail. E siccome era cecata ma non si poteva dire pena il taglio della paghetta, aveva adottato l’astuto escamotage di appiccicare degli adesivi con le lettere giganti sulla tastiera,certa di non farsi notare. Il risultato erano degli scritti in esperanto, ma tanto di cappello lo stesso. Un giorno, una delle sue sorelle si ammalò di  Alzheimer così lei e alcuni dei sui fratelli tutti ultra novantenni partirono per Puertorico in missione umanitaria per non lasciarla sola. Io ogni tanto sorrido ripensando a questa manica di vecchietti nervosi mentre si aggirano per l’aeroporto di Tocumen tutti, rigorosamente, in sedia a rotelle molestando il personale, manco fossero una squadra para olimpica della terza età.

Di Pandora invece, io amo la disobbedienza. La necessità di sapere a tutti i costi. Come Eva, altra grande antenata delle Riot Grrrl. Credo che disobbedire sia fondamentale in molte fasi della vita ed io da piccola ci ho dato dentro a più non posso. Questo ha causato guai, rallentamenti, sgridate e lacrime  ma ho sempre esercitato il libero arbitrio e questa è una delle cose di cui mi vanto. Poi non so cosa sia successo, forse ad un certo punto ha avuto la meglio il senso di colpa ed alcune vicissitudini spiacevoli della vita. Ho incominciato a sentire il peso di questo vaso ricolmo di dolore ed ho iniziato ad identificarmi in quello. Il male del mondo è passato da peso sulle spalle ad essere parte di me. Così ho incominciato a muovermi  come se camminassi sulle uova, sicura di dover proteggere le persone che mi stavano vicino dal mostro che avevo nel cuore. Filtrando rabbia,  frustrazione, paura non ho fatto altro che amplificarle e restare ferma per un discreto lasso di tempo. Solo ultimamente mi sono resa conto ed ho imparato ad accettare che quel vaso è presente nell’anima di tutte le persone. Anche  in quelle da cui non te l’aspetti. La differenza a volte sta solo nella consapevolezza di se’. Ho anche imparato a domare, il più delle volte, queste bestie e incanalarle in sentimenti nuovi ed utili per la mia sopravvivenza.  A volte, sono talmente consapevole delle mie emozioni che posso dire con certezza in quali parti del corpo si manifestano. La paura mi sta sotto lo sterno, la frustrazione è un brivido che mi scende lungo le braccia, la rabbia è il fuoco che m’incendia le guance.

Pensando a quest’assonanza con Ninin mi viene anche in mente che molto dipende dall’interpretazione che tu vuoi dare ad una cosa, cosa vuoi che ti racconti. Esistono tante interpretazioni dei fatti quante sono le persone che non hanno perso il vizio di pensare con la propria testa. Gli altri si muovono un po’ come zombie e fanno volume ma forse anche quello è solo libero arbitrio usato alla cazzo di cane.

In questo momento mi piacerebbe parecchio tornare indietro nel tempo, quando dopo pranzo, noi femmine di casa ci buttavamo tutte sul lettone dei nonni e creavamo il nostro “Gineceo”. Restavamo per un’oretta lì a pigroneggiare e spettegolare un poco. Mi piacerebbe sollevare la questione ad una Ninin insolitamente pacifica perche’negli ultimi tempi era sotto Prozac. Mi pare di sentirla mentre mi risponde serafica : Ay Valeringa, Valeronga cosssa vuoi che me emporti,dopo  andiam a fare un po’de ischopping da Sacks così non ci pensi più. Genio.

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Ninin con un rappresentante dei mali del mondo: Cirillino la bestia di Satana

 

 

 

Senza far rumore

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Ci sono persone che generano universi di bellezza senza far rumore. Sono le persone che considero più preziose in questi anni chiassosi, egocentrici dove si sta sempre a guardarsi la punta del pisello senza sapere nemmeno quello che si ha dentro al cuore. E’ la fortuna che abbiamo a vivere, per il momento, in quella parte di mondo, dove a forza di preoccuparti del niente perchè hai tutto, puoi inventarti qualcosa per la quale stare male. Lusso puro. La maledizione dell’essere umano. Nessuno escluso, inutile fare quelle facce lì che vi vedo!

Questo mi è venuto in mente quando ho conosciuto la storia di Vivian Maier: Donna Statunitense nata negli anni venti. Lei nella vita faceva la tata. é morta da tata ma era una fotografa S U B L I M E. Ha lasciato tanto d quel materiale pregno di talento e significato da far impallidire orde di professionisti. Se non fosse stato per la tigna di un ragazzo che ha dedicato moltissimo tempo a ricostruire la storia e la carriera fino allora celata di questa donna non ne sapremmo assolutamente nulla. Comunque basta farsi un giro su Wikipedia et voilà! Io l’ho conosciuta grazie ad un collega che me ne ha parlato, in uno di quei rari momenti in cui, nel posto dove passo tot di ore alla settimana, si parla di passioni, di verità. Momenti che mi sono talmente cari che sono come una boccata d’ossigeno per un asmatico.

Che bella storia che è questa, non vi pare? Una persona con così tanto da dare, che vive una vita umile e dentro ha questo mondo di meraviglia che non ha MAI deciso di svelare. Che valore .Che importanza. Mica come la maggior parte di tutti noi che se non hanno un talento se l’inventano e se per caso ce l’hanno, per portarsi dietro il loro Ego hanno bisogno di una cariola.  Per il disperato bisogno di sentirci un pò meglio degli altri abbiamo perso di vista completamente il significato che è , in questo caso, l’esigenza di restituire un pò di bellezza al mondo e basta.

Io quando sento queste storie mi emoziono tutta manco fossi tornata a fare la “Titti Parenti” di nonno Giorgio, mi arruffo come fanno gli uccelli quando fanno il bagno.

Io che per qualsiasi cosa che faccio, faccio ‘na caciara allucinante, son sguiaita, eccessiva è il sangue latino, credo. Quello che vorrei che si vedesse quando ballo invece sembro una scopa invasata ma vabbeh. Io che sono questa roba qui, di fronte alle persone che silenziosamente fanno cose straordinarie mi sciolgo completamente, sento che la mia anima si espande.

Io una persona così ce l’ho vicina, si chiama Silvia, è una mia amica. Sembra un uccellino. Ma ha la forza di un leone, ha due palle che non ho mai visto in nessuno degli uomini che ho avuto il piacere o dispiacere d’incontrare. E come le donne, quelle autentiche, non ha barattato il suo femminile con l’arroganza tipica maschile lo fa con una dolcezza ed attenzione disarmanti. Ed io ne rimango sempre incantata. Davvero. credo che sia per persone così che probabilmente questa umanità demmerda che siamo non sia tutta da buttare.

Questa canzone spiega meglio la faccenda:

 

 

D-Istruzione

Volevo pubblicamente ringraziare i miei genitori per aver fatto un mucchio di sacrifici per farmi studiare nonostante tutte le rimostranze che hanno dovuto subire negli anni dalla sottoscritta. A me non piaceva andare a scuola, a me piaceva principalmente farmi i cazzi miei in mezzo alla natura selvaggia e per natura selvaggia intendo il giardino di Via Guerrazzi a Genova dove sono cresciuta. E lo so benissimo che non è una dichiarazione edificante ma meglio detto da me che spifferato poi in seguito da elementi terzi.

C’è da dire comunque che la scelta delle scuole fatte dai miei genitori ma soprattutto da devotissima Madre non ha aiutato né me né la mia ansia ad uscire psicologicamente  indenne dagli anni della scuola dell’obbligo. Io mi sono sparata 8 anni di suore. Nell’ordine: Benedettine, Marcelline e Dorotee dove ho passato solo un anno e finalmente sono riuscita a farmi cacciare. Che se ci fosse un album delle figurine dell’ordine religioso cattolico, quello sarebbe l’unico album che avrei mai finito in vita mia. La maestra delle elementari si chiamava Suor Iole e L’insegnate d’Italiano e Storia delle medie era Suor Manuela. Comun denominatore di entrambe era la predisposizione all’incazzatura facile con conseguente  vena rigonfia sulla fronte. Diciamo che il metodo Montessori non la faceva da padrone, ma alla fine se due cose due le ho imparate, lo devo alla loro tigna e alla  paura che avevo della loro reazione quando sbagliavo qualcosa e purtroppo capitava spesso. Da lì mi auto nominai: Valli di lacrime. L’anno scorso frugando nel cassetto dei ricordi a casa dei miei, ho rinvenuto un tema fatto in seconda media dal titolo: Suor Manuela furente. In cui in pratica perculavo abbondantemente Suor Manuela per la sua innata pazienza fingendo preoccupazione per la sua salute e per un  eventuale futuro ricoperta di rughe tanto si smostrava dall’ira. Presi”Appena sufficiente”. In quell’occasione vennero dimostrate due cose: che già da piccola, nonostante la mia proverbiale emotività, non avevo paura di dire quello che pensavo e che Suor Manuela nonostante tutto incassava il colpo con discreta eleganza. Dopo quell’episodio però non ci fece mai più fare un tema libero. So che qualche anno dopo la fine della scuola si fece missionaria in Sud America. Io spero tanto per quelle povere creature che il suo problema fosse proprio con le alunne delle famiglie borghesi Genovesi perché se no mi vien da dire che non c’è limite alla sofferenza.

Mi sono rimaste alcune cose di quel periodo: Per anni ho faticato ad addormentarmi perché avevo paura che m’apparisse la Madonna e la pregavo tutte le notti affinché facesse visita ad un’altra bambina e non a me. Che tra Religione e Spiritualità la differenza c’è e si vede e che se alla fine ho optato per la seconda l’ho fatto con cognizione di causa anche se capisco, perché ogni tanto mi capita, il senso di smarrimento che si sente  quando le cose vanno storte e non hai più “Santi in paradiso” ma devi fare affidamento solo sulle tue forze, essere gli unici responsabili di se stessi è ostico ma di gran lunga più efficace. Comunque devo ammettere che ho passato una bell’infanzia in quei luoghi, le  sedi delle scuole erano bellissime, con giardini enormi e ben curati,ci nutrivano bene e passavamo molto tempo all’aperto a giocare, eravamo protetti. Non avevamo idea del significato della parola “fatiscente”. Nell’aula delle elementari avevamo tante piante ed  anche i canarini che cantavano tutto il tempo, ogni tanto facevano le uova e  se l’implume mostro sopravviveva veniva donato al bimbo meritevole di turno. Mi è rimasta sempre impressa una cosa detta da Suor Iole in quinta elementare poco prima degli esami e cioè che dovevamo stare attenti, che quel mondo protetto di lì a poco sarebbe diventato più ostile che la gente ci avrebbe giudicato anche per la marca di scarpe che avremmo indossato. Mi duole ammetterlo ma aveva proprio ragione. Solo che pensavo che ad un certo punto sarebbe finito anche quel mondo lì mica che sarebbe durato tutta la vita!

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