Quella volta che NON 

Sono mesi infiniti che non scrivo.

Non lo faccio perché non sempre si ha qualche cosa da dire e ben venga. Perché la mia vita, in questo momento è tutta rivolta alla realizzazione di un sogno e per questa ragione quasi tutte le mie attenzioni  sono indirizzate a quello.

Non che qualcuno ne abbia sentito la mancanza ma d’indole sono sempre predisposta a scusarmi un po’ più del dovuto.

Sarà perché sono  cresciuta con un’educazione Cattolica?

 Forse perché sono un po’ insicura?

Sarà anche perché sono una donna?

Ecco appunto.

Leggo moltissimo invece.

Leggo principalmente libri di una  leggerezza imbarazzante perché non ci vedo bene e non ho voglia di mettere gli occhiali.

 Ma anche perché la mia soglia di attenzione può essere paragonata a quella di un neonato.

E anche perché, la sera quando mi metto nel letto, ho già la bolla al naso dopo pochi minuti, se dovessi  leggere “ Guerra e pace” Lo finirei alla mia decima reincarnazione.

Leggo i giornali.

Tutti i giorni.

Purtroppo leggo tutte le cattiverie ( perché è di questo che si tratta. Non di “opinioni” ma di cattiverie) che scrivete e mi vergogno un po’ per voi.

Pare che la soglia della civiltà abbia optato per l’eutanasia e  quasi mi viene da dire che il diritto di parola va un attimo rivisto.

 A schiaffoni.

Ultimamente l’attenzione è tutta rivolta alla violenza sulle donne.

E “ vivaddio” dice la parte di me Pollyanna. 

“ Ma fatti furba” dice l’altra, che la sa molto più lunga e ha capito benissimo che lo sforzo non ha come obbiettivo la presa di coscienza ma il sensazionalismo.

La gocciolina che ha fatto traboccare il mio vaso di Pandora personale, è il fattaccio accaduto a Hollywood di quel produttore che ha molestato una cospicua quantità di donne indisturbato per moltissimi anni, spalleggiato da un clima di omertà fino all’attuale pioggia di denunce.

 Oggi il Re è nudo.( Uno dei)

Allora, partiamo dal presupposto che per me dovrebbe essere abolito anche il termine “ Femminicidio” insieme a tutta la cricca di parole ghettizzanti.

Che sono una donna ed in quanto tale piuttosto che aderire alla compagna  “#quellavoltache” proporrei una piccola modifica in ” #quellavoltacheNON”

Perché confrontandomi con altre donne da sempre  non ne ho ancora conosciuta una che non abbia subito una qualche forma di molestia.

Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la bellezza, con l’atteggiamento, con l’intelligenza.

Ma voi pensate davvero che, cosa ne so, una bambina di 5 anni possa avere un atteggiamento provocante?

Ma ci andate a dormire sereni con questi pensieri la notte? No, perché io per molto meno mi rigiro nel letto per ore, mi piacerebbe carpirvi il segreto.

Tutto quello che è stato detto  su Asia Argento, in questo caso e su una qualsiasi persona  in tutti gli altri casi, si chiama colpevolizzazione della vittima ed è una cosa  che (perdonatemi il linguaggio tecnico) fa vomitare.

A prescindere.

Vi viene più facile farlo con chi ha un passato ribelle,

con chi vi sta un po’ sul culo,

con chi ha delle inclinazioni che disturbano il vostro senso del pudore, ma in realtà non si salva nessuno da ridicolizzazioni gratuite e giudizio.

Queste orecchie, sentono quotidianamente, una quantità incalcolabile di battute a sfondo sessuale (che hanno smesso di farmi ridere in terza elementare) e sanguinano.

Sentono e sanguinano.

Parecchie ore al giorno.

Tempi addietro un paio di manate sul culo non sono riuscita ad evitarle. E udite , udite: Non ho reagito.

E’ stato talmente forte il mio stupore e  il senso di vergogna , che non sono riuscita a reagire.

Cornuta e mazziata insomma.

Non solo uno di cui non te ne frega nulla, con noncuranza , al grido di “ EFFATELAUNARISATA”  ti tocca senza che tu lo desideri minimamente.

 Dopo te ne vergogni TU.

Sapeste quante volte avrei voluto essere diversa e rifilare una bella pizza da manuale al simpaticone di turno.  Ma non l’ho fatto e questo prurito alle mani me lo porterò dietro tutta la vita.

Per fortuna poi s’invecchia.

A pensar male verrebbe da dire che siano cose che vengano minimizzate dalla società e per questo lasciate cadere.

Della serie era un simpatico scherzetto tra amici. (Poi però mi dovresti spiegare come mai lo fai me e non a Salvatore.)

 

Io non ce l’ho con gli uomini in generale e tendenzialmente, cerco di circondarmi di gente capace di sinapsi un po’ più complesse di “Calza a rete= troia” ma con la massa volente o nolente ti ci devi confrontare almeno un po’ e lasciatevelo dire, la situazione è imbarazzante.

La cosa che mi lascia atterrita e incredula è la reazione delle donne o meglio delle femmine. Che fanno le pulci sul passato, minimizzano e giudicano, manco fossero tutte uscite dall’azione cattolica ed anche se fosse non sarebbe una cosa di cui vantarsi.

Io con voi ce l’ho un po’ di più perché lo so che lo sapete come ci si sente e se non lo sapete, mi viene il dubbio che invidiate. Ed invidiare una molestia, confonderla con l’apprezzamento la dice lunga su come siamo messi male da un punto di vista evoluzionistico. E se mi sono a stento abituata allo sguardo scanner “scarpe-vestiti-capelli” che mi rivolgete quotidianamente per foraggiare le conversazioni da mensa, a questo no.

Questo non lo riesco a digerire.

E meno male.

Apprezzate il silenzio di tanto in tanto.

Provate a tacere, almeno fino a quando non sarete in grado di elaborare un pensiero che enunciato, possa regalare una speranza  al mondo.

In caso contrario tappatevi la bocca, o meglio ritirate le manine dalla tastiera, coraggiose creature!

La situazione è già pessima così, non vorrete certo peggiorarla.

Potremmo definirlo una sorta di riciclo del pensiero inorganico. Che inquina ed una volta fatto serve solo a fare disordine.

 Magari tra quei pensieri di merda che vi troverete ad elaborare non è tutto da buttare,

magari un giorno vi ritroverete a creare un pensiero empatico nei confronti di qualcuno e scoprirete che non è mortale.

Condivido con voi un ultimo ricordo e poi torno a leggere Dagospia.

A 12 sono andata alle giostre con la mia migliore amica di allora. Abbiamo fatto un sacco di giri sull’ottovolante. Mi divertivo così tanto che non volevo più scendere, allora il “gentilissimo” giostraio più che trentenne mi ha regalato un altro biglietto e veloce come una faina mi ha schioccato un bacio sul collo.  Io sono diventata tutta rossa, avevo un senso di disagio che non riuscivo ad identificare figuriamoci a reagire.

Ma siccome ero poco più di una bambina ed ero già sulla giostra, l’altro giro l’ho fatto, mi sono anche divertita, guarda un po’.

La mia migliore amica a me non ha chiesto nulla ma  ha colto l’occasione per informare telefonicamente mia madre del fatto che io mi lasciavo sbaciucchiare dai giostrai per fare dei giri gratis.

Se qualcuno ha delle indicazioni su come mi sarei dovuta comportare in quel caso,

è pregato di farmelo sapere quanto prima.

Perché le mie  mani prudono ancora 

 

 

 

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Anima migrante

22 aprile 2016

Sei una grandissima rompipalle,

Lo sai, si?

Lo so, grazie.

Ma non è questo il punto. Puoi gentilmente alzare il culo ed andare a fotografare quella signora là seduta sulla fontana? Hai visto com’è bella? Ha la gonna gialla come la bici, muoviti dai!

Va bene , però la foto è più bella in bianco e nero.

Ma figurati, con questi colori!

Vuoi scommettere?

Che mi mangerei la lingua piuttosto che darti ragione. Ma hai ragione e intimamente me ne compiaccio.

Lo sai che ho 4 nomi?

Io ne ho 6

Che cazzo di nome è Aminta? 

Però è carino.

Ti hanno dato i nomi di tutti gli evangelisti , come hai fatto a venir su così stronzo resta un mistero.

Sei dimagrito.

Pesi 30 chili bagnata.

Ma io mangio.

A proposito, ho fame.

Ma abbiamo appena fatto colazione! Ok, stavolta scegli tu.

Il formaggio mi fa schifo , le ostriche anche ed i conigli mi fanno pena.

Com’è il tuo rapporto con le cozze allora?

Non me le tirare.

Guarda come ti sei ridotto ma la metti la protezione? hai quasi 40 anni ma puoi? La Nivea…Oh cazzo mi sono ustionata. 

Al parco. 

A Torino.

Il sangue latino.

meno male che ti vedo una volta ogni sei mesi.

Si forse è meglio. Comunque mica te l’ha ordinato il medico.

Dove andiamo adesso?

ti devo far veder una cosa.

Sei felice?

Si, molto. E tu?

Io mi sono impantanata. 

Ma è solo una pausa per prendere fiato. 

Credo.

Forse me ne voglio andare.

Vai. 

Te lo ricordi quando me lo dicevi tu?

Si.

Che sia chiaro, non è che non dormo la notte se non sei felice.

Guarda che nemmeno io mi strappo le vene ma se lo sei è meglio.

Sei fortunata.

Sei importante.

Che poi non sei una mia amica.

Chi se ne frega che cosa sei.

A questo punto la memoria si offusca e  e non ricordo più cosa dici tu, cosa dico io. 

E’ come un gigantesco battito.

 Una danza scordinata e fuori tempo, non bellissima da vedere ma molto liberatoria.

Ci sono incontri che hanno l’immenso privilegio di non farsi fregare dalle definizioni. 

Non si lasciano limitare, 

succedono  e basta .

Forse solo per trovare il coraggio di spingersi fuori da se stessi e ritrovarsi.

O forse solo perché devono succedere.

Ti avvicini un po’ per gioco e un po’ per caso e poi in un lampo fai un frontale con l’anima dell’altro.

Non  t’interessa più il perché è il percome  ma sei sollevato se sta bene.

Tu tira di là, io resisto di qua.

Ti do una spinta ad andare avanti. Poi tocca a te.

Tu vai.

Io continuo ancora un po’ a cercare di qua.

E rischia cazzo!

Si.

Se rischi anche tu.

Non dirmi mai che sono una creatura speciale.

Più che speciale ti definirei bizzarra.

Grazie, preferisco.

Torna quando devi tornare basta che torni felice.

Magari io non ci sarò. 

O forse si.

Forse la prossima volta litighiamo.

Non vedo l’ora.

Capita raramente nella vita. 

Eppure non sarebbe una cosa così difficile.

Sulla frase ” Ti voglio bene”  basterebbe non mettere l’accento sul voglio col suo bagaglio di frustrazione e aspettative e concentrarsi più sul bene.

Che non è necessario conoscersi tanto, 

l’importante è riconoscersi.

A tratti un colpo di fortuna.

A tratti un incidente.
 
  

 

 

 

 

How to disappear completely

E’ stato un movimento lento ma costante, nemmeno troppo programmato per la verità.

Non posso dire con certezza quando è incominciato.Ma la sensazione è questa:

Sentirsi improvvisamente svuotati di tutto, deporre le armi. Lasciare andare tutto quello che è stato. Riconsegnare al mondo uno sguardo diverso.

Forse più distaccato.

Forse solo più compassionevole.

Come una danza di luce ed ombra.

Un pienissimo vuoto.

Un balzo in avanti indugiando nella memoria.

S’inizia sempre dalle cose più semplici per non demoralizzarsi subito. I mobili, Il computer. Poi i dischi e i film. I libri non letti. L’agenda piena di numeri che non ho mai chiamato. I vestiti. Tutti. Tengo un paio di jeans, la camicetta di lino bianca senza maniche. la felpa bordeaux. Gli anfibi del liceo.

Svuoto la dispensa, di nascosto lascio tutto in una scatola di fronte a casa di Roberto e della sua dignità.

Rimane l’indispensabile. Lo zainetto rosso. L’ipod e la coperta azzurra della nonna, quella con le barche. Quella che da sola riempie lo zaino. Quella fatta per le piratesse . La Moleskine e due penne nere, una con la punta sottile ed una più larga. Un piccolo portamonete Giapponese di raso blu  che ho comprato con madre a Panama tanti anni fa.

Mi preparo a lasciar andare anche le poche certezze e le granitiche ideologie.

Smetto di comprare i giornali.

Smetto di cercare di cambiare quello che non posso cambiare.

Accarezzo il mio corpo e la mi anima e dico che andrà tutto bene.

Sono a buon punto.

La prima parte non è dolorosa, non fa paura, ci si sente subito più leggeri.

Perciò lentamente, via le fotografie. Le guardo una ad una e le saluto. Mi riconosco in quasi tutte. Ma è come se fossero tutte persone diverse, non sono io. Io di adesso intendo. Non ricordo il nome di alcune persone che ridevano con me in quelle foto. Eppure sembravamo così legati.

Legati che brutto termine per definire il volersi bene.

Via i diari. Che forse è giusto accettare che sia la  mente a selezionare quello che c’è da portare.

Via i disegni, non tutti questo è ovvio. Ho creato un minuscolo collage con tutti quelli non finiti, ci sta il racconto di tutta la la vita eppure non occupa più di dieci pagine della Moleskine.

Interessante.

Le persone non si abbandonano mai. Al limite si cresce. Allora penso che sia il momento di  lasciare le resistenze. Il rancore. La competizione. Resta solo chi vuole restare senza paure senza costrizioni. Per la gioia di darsi.

Saluto le vecchie aspettative.

Decido che non le sostituirò con altre.

A questo punto mi guardo intorno e sorrido. la casa è quasi vuota. So di aver fatto un buon lavoro. Scendono lacrime e salgono sorrisi  contrastante beatitudine.

Alla fine resta poco ma è  comunque troppo. Penso che avrei potuto fare di meglio ma va già bene così. Restano Vladi e Ciro, la mia famiglia. Quella di origine. Quella che ho scelto. Resta l’Ukulele. Resta un mestiere. Resta la passione. Tanta, incontenibile. Per la vita. Restano gli amori. Gli incontri fugaci e speciali che lasciano un segno nel cuore.Che  danno la spinta alle gambe per camminare.

Ciò che lascio resta. Ciò che resta è ciò che lascio.

Ed io inizio a lasciarmi vivere.

 

santiago

 

Hasta la vista

Caro 2016, sono ormai mesi che ci frequentiamo e prima che tu te ne vada via per sempre, lasciandomi sconcertata dal tempo che passa ma anche francamente un pò sollevata, perchè, occorre che te lo dica, sei stato despota, capriccioso e decisamente impegnativo; sento di dover ripercorrere con te alcuni passaggi di questa nostra conoscenza.

Quando sei arrivato, devo ammettere in tutta onestà, che mi hai dato di che ben sperare.

Eri nuovo, gagliardo, pieno di aspettative.

Io una donna in lenta ed inesorabile evoluzione, se così vogliamo dare un colore un pò meno triste al mio impetuoso avvicinarmi alla decadenza.

Ma con te avevo trovato una nuova energia, speranza per il futuro e diciamolo pure, mi sentivo pure un pò più figa.

Abbiamo passato attimi pieni di gioia e spensieratezza. Durati, come spesso accade pochi giorni.

Dopodichè ti sei manifestato nella tua più autentica realtà:

Non me ne avere, ma sei un grandissimo rompicoglioni.

Preciso, despota, permaloso. In men che non si dica hai rimescolato tute le carte quando pensavo di essere arrivata al punto. Hai piantato su un casino e mi hai lasciata lì un pò confusa, come a dire, ma di nuovo siamo al punto di partenza?

Si, carina. Siamo di nuovo lì.

C’è una  verità che una donna comprende solo quando, il filtro di Instagram diventa il suo migliore amico e te la vado immediatamente a narrare:

il dolore cambia.

Perciò te lo voglio dire, non hai lasciato grosse ferite ma più che altro un senso di sconforto generale.

E non parlo solo di me come persona è stata na rottura di cazzo più eterogenea la tua.

Roba da professionisti.

Che manco quando c’ho avuto Saturno in quadratura per anni, dico ANNI nel segno.

E ti assicuro che sono stati tosti.

Tu hai avuto un approccio multiplo, oltre a obbligarmi a rivedere delle cose di me stessa,  cambiare rotta quando necessario a prendere finalmente delle posizioni chiare su ciò che voglio e ciò che proprio mai e poi mai vorrei di nuovo.

In linea generale perchè sarebbe troppo lunga, già io non possiedo il dono della sintesi e sono vittima dei refusi, cercherei di sintetizzare,se sei d’accordo.

Ma minchia.(E potrei anche fermarmi qui)

E le guerre, il dolore inenarrabile dei migranti, il razzismo sempre più dilagante, il vuoto tra le persone, la distanza, la terra che trema, gli attentati,i politici che ci prendono così palesemente per il culo.

Giuliano Ferrara che non muore mai.

Le dipartita, invece, di personaggi talmente pieni di significato senza la parvenza del benchè minimo ricambio generazionale.

L’ultimo scherzetto dei giorni scorsi, con l’elezione del pulcino pio ingrifato, che in un momento di isteria complottista pensavo fosse stato messo lì per far apparire l’altra megera un benchè minimo accettabile.

Ma tu dici che veramente noi facciamo parte di quella generazione che fa la storia guardando i Simpson?

è triste ma è così.

ma non mi voglio addentrare oltre perchè non sono una che ne sa a pacchi, ho una cultura un pò a macchia di leopardo e preferisco non andar oltre.

Però una cosa te la voglio dire, se c’è una cosa che ho imparato è che sono proprio gli stronzi che t’insegano a vivere. Sono le esperienze più difficili che ti definiscono come persona, che se sei fortunato e le prendi dal verso giusto ti danno una marcia in più.

E così è stato almeno per me, anche se temo uno dei tuoi scherzetti al rush finale.

Volevo dirti che sei stato una merda.

Però onesto.

Hai tolto solo quello che andava tolto e mi hai imposto di trovare nuove direzioni, di mollare la presa, di alzare le mani di fronte a battaglie antiche, insanabili, obbligandomi a prendermi carico completamente di me stessa.

Per questa cosa ti ringrazio. Perchè in tutti i rapporti alla fine ci sono cose belle e cose brutte.

Voglio dirti che nonostante tutto l’impegno che c’hai messo non sei stato fatale.

Solo molesto. E che dentro questa personcina fatta di  migliaia di personalità, hai aggiunto forza. Ma che se l’ho presa bene è anche grazie a quella mezza scema di Pollyanna che alberga in me. Finchè ci sarà lei e quello sguardo ingenuo e speranzoso nei confronti del mondo, nula mi sarà mai tolto. Semmai ridefinito.

Quindi, ciao 2016, so che ci lasceremo tra poco, ma ti prego, restiamo amici.

2016-medio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Metafisica dei sentimenti

Chi c’è c’è, chi non c’è non c’è.

Diceva nonna Anita quando andavamo tutti a tavola. E stai pur certo che se non arrivavi in tempo, Nonna Anita c’era ma il pranzo non c’era più.

Dunque chi c’è c’è dicevamo. Niente di più semplice e vero.

Chi c’è c’è anche quando non c’è, per dirne una.

Chi non c’è, non c’è manco quando ti dice che c’è. Ti dice che c’è per poter dire che c’era e questa è tutta un’altra storia.

Chi non c’è non è che c’è, il più delle volte ci fa.

Chi c’è c’è. C’è perchè lo senti in un angolo preciso tra il cuore e la pancia.

Cercalo, vedrai che lo trovi. Dici di no? Fidati, c’è.

C’è che passa il tempo e pensi che sia normale dire” Figurati se c’è. No, che non c’è.”

Invece c’è. C’è anche sei tu che non ci sei tanto. C’è sempre perchè non è che uno si sveglia la mattina e dice che c’è. C’è e basta e questa è l’unica, sola e incantevole poesia che c’è.

Tra due che ci sono che siano amori, amanti, amici, una scimmia e un camaleonte, c’è qualcosa che c’è, senza tanti fronzoli.

Chi c’è c’è. Non ha bisogno di altro. C’è e basta e tu te ne accorgi perchè in quella parte tra il cuore e la pancia, c’hai tutto un casino ma anche una vocina che dice che c’è qualcosa che c’è.

E il resto non c’è. E meno male che non c’è altrimenti non ci sarebbe posto per quello che c’è.

Le cose sarebbero così semplici, chissà perchè ci ostiniamo a complicarle.

 

KID (THE)

 

 

Samantha

Samantha non è né giovane né vecchia ma è tenuta bene e viaggia a testa alta con gran dignità. Samantha batte bandiera Brasiliana ed è mantenuta a galla e in ottime condizioni da due tra le più belle persone che mi sia capitato d’incontrare nella vita. 

Samantha è stato il mio regalo di compleanno. 

Samantha è stato un caso. 

Come tutte le cose belle l’ho trovata mentre cercavo altro. Facevo un paio di conti su come amministrare il mio spazio là dove ci sta la metà di me e l’altra con non poche paure pensa di andare. Alla fine il mio spazio non l’ho trovato dove sembrava più logico che fosse. invece si continua a cercare. 

Pero’ho trovato Samantha e mi sono fatta un’idea più precisa su un paio di cose importanti della vita e secondo me è molto di più.

Samantha, dicevamo, ha buttato l’ancora di fronte  all’isola Chichime, arcipelago di Sanblas. Il posto da cui prendono spunto le scenografie dei tuoi sogni di aprire un chiringuito sulla spiaggia. Si. Anche dei tuoi, che magari non l’hai mai sentita nominare e adesso lo sai.

Si chiama Sanblas.

Ma tanto non lo potresti fare perché è territorio esclusivo dei kunas e bene che sia così.

Samantha a vele spiegate mi ha condotto all’incontro con me stessa. Sigue El brillo del sol!

 Sono partita sola e son tornata parte di qualcosa. Il bello del viaggiare da soli è anche  un po’questo. Viaggi nudo perché non ti porti appresso la visione di te di nessuno. E quello che dai è esattamente quello che hai da dare. Sono stata fortunata e per tutta una serie di contingenze questo viaggio si è arricchito d’incontri perfetti.

Nessuna collisione.

Un’armonia  di vite che si sono intrecciate in maniera naturale per pochi, pochissimi giorni. Uno in più e non sarebbe stata la stessa cosa. La consapevolezza di sapere che momenti come questi dipendono da un intricato sistema di magie che non si possono chiedere ma succedono e basta mi ha pacificato pure con alcune cose. 

Anche questo è stato Samantha.

Ho speso il mio tempo con due creature che hanno lasciato che sbirciassi nella loro dura e incantevole vita. Frutto di una scelta. La più logica che ci sia. Di vivere lavorando e godendo a più non posso di quello che il mondo ha da offrire. Figli del mare.

Cuori mozzafiato. 

Con tranquillità, le giornate passavano tra tuffi all’alba, la pesca, l’incontro molto ravvicinato con un Placido squaletto, il dono di una torta di compleanno che ci ha messo due ore e mezza a cuocere perché Samantha ha un forno che fa un po’cagare. 

Inutile dire che era buonissima. 

Il salvataggio di un talingo che stava affogando. Un doppio carpiato lanciato da una palmetta mentre bimbi kunas se la ridono di gusto per il risultato non del tutto soddisfacente, a loro avviso. La visita sul catamarano “selfmade”di un tizio Tedesco incredibile. Un pirata. E poi le feste dai vicini. Chitarre, birrette. Parole dette con gli  occhi. Calmi. Miriadi di bianchi e sinceri sorrisi.

Non abbiamo mai smesso di cantare. Io che mi vergogno forse anche di essere nata non potevo staccarmi dal mio ukulele. K. Da sempre, corpo e anima con la sua chitarra. È stato cantando che ci siamo raccontati chi siamo. Tutti e tre piacevolmente  colpiti da questa cosa. Mai successo di stare qui, così. A te? 

Tutto il resto rimarrà tatuato nel cuore. Benzina per i momenti più bui. Mio e basta.

Non ho mai smesso di pensare a questa cosa: C’è chi cerca la felicità e c’è chi cerca la bellezza. La felicità è legata all’Io. All’Io voglio per la precisione. La bellezza è tutta del Se’. La bellezza vive in quei momenti in cui semplicemente sei grato di esistere. Vorrei che la mia vita fosse una lunga catena di momenti di pura bellezza. Quest’anno è stato un anno duro e speciale. Ma nessun dolore e Pregno di momenti di bellezza.

C’è stata Samantha. 

Ho rivisto i tuoi occhi. 

Ed ho capito che “casa” è la’ dove il cuore è in pace.  

Il cibo, la musica ed i moti dell’anima

Ieri sera ho dovuto cucinare in fretta e furia un tris di piatti per un’idea malsana che è venuta alla mia amica Cristina e che se per caso andrà in porto, mi metterà nei guai. Ma io ci sono abituata perciò per il momento non mi scompongo più di tanto.

Così ho invitato  a cena il mio amico Stefano nonché il mio insostituibile maestro di Ukulele. Uomo di impareggiabile pazienza e sensibilità. Alla fine, ovviamente non abbiamo fatto lezione e ci siamo abbuffati come facoceri tirandoci giù una bella bottiglia di Santa Cristina che non guasta mai. E’ stata una di quelle belle serate in cui incominci a parlare, mosso dalle bollicine e dalla panza piena, di massimi sistemi, di senso della vita, un po’ per bilanciare la grezzaggine con la quale ci siamo avventati sul cibo, un po’ per moto spontaneo, un po’ per l’avvinazzamento imperante. Il succo del discorso, ammesso ce ne sia uno e non me lo stia inventando paro paro per darmi un tono, era basato sull’interrogativo su come cazzo ha fatto l’essere umano a progredire così tanto e nello stesso tempo ritrovarsi così lontano da se stesso e dal senso dell’esistenza.

Di come questo senso di inadeguatezza, di smarrimento, che abbiamo tutti, chi più chi meno, sia forse dovuto  in parte al fatto, che cerchiamo di riempire la nostra vita di cose credendo che queste ci faranno sentire migliori. Di come abbiamo bisogno di fare un certo tipo di percorso prestabilito per sentirci realizzati: la laurea, il matrimonio la casa i figli per poi accorgerci che probabilmente non l’abbiamo desiderato veramente e quelle cose che ti dicevano fossero le cose importanti della vita finiscono per diventare delle gabbie dorate dalle quali presto o tardi ti accorgi che non puoi più uscire. Che ansia. Io comunque da quel punto di vista sto a posto perché non ne ho imbroccata una: niente laurea, no marito ,no figli e nessuna proprietà. Per molto tempo mi sono sentita in difetto per queste cose ma in questo preciso momento mi sento solo più leggera. Ho sempre avuto la strana sensazione che tutte quelle cose vengano fatte più per far piacere agli altri che per se stessi, probabilmente io e il destino abbiamo peccato di mancanza di tempismo, ma se mi guardo indietro son felice di tutto ciò che ho lasciato (e che mi ha lasciato) andare perché in realtà, non credo di voler appartenere a nulla. Ma la cosa più bella di tutte è che so che in qualsiasi momento potrò cambiare idea e cavalcare un  nuovo punto di vista,cercare altri  stimoli, avere nuovi desideri, non si può controllare cosa cambierà in noi ed è meraviglioso  lasciarsi sorprendere dalla vita. Ieri si diceva  tutto questo ed è stato  molto bello sentire Stefano che parlava di tecniche per arrivare alla pace interiore, di come il cervello sia un alleato, una macchina che ci aiuta a risolvere i problemi ma che senza la collaborazione di cuore, pancia e sesso, spesso non fa che crearli i problemi.

Alla fine ho pensato che forse il senso della vita è godersela per intero, restando nel presente, facendo quello che ci piace. Ma chissà perché se dici questa cosa in giro , le persone ti guardano come se fossi solo un fancazzista che non ha voglia di crescere, l’eterno Peter Pan. Credo tendenzialmente che  gli altri giudichino in maniera negativa non solo quello che non possono comprendere ma anche quello che sotto sotto vorrebbero ma che toglierebbe il senso a tutto quello che hanno perseguito per una vita. Abbiamo tutti bisogno di darci conforto nella ragione.

Stefano è un cantautore, un bravissimo musicista che ha vissuto dieci vite, un uomo dalla rara delicatezza che segue il suo sogno. questo è una delle sue canzoni che amo di più:

Io non so ancora darmi una definizione,m’interessano molte cose ma non sono mai stata in grado di sceglierne una ed approfondire. Diciamo che me la cavicchio in due o tre faccende  ma resto sempre in superficie. Il cibo e la musica sono due delle mie grandi passioni. Mi piace cucinare per chi amo anche se per me stessa faccio sempre piatti che assomigliano vagamente alla pappa del cane, però senza grandi sforzi riesco a tirare su una bella cena in semplicità per un po’ di persone e tutte le volte si crea una bella magia. Mi piace da morire cantare, ma a casa, convinta che non mi senta nessuno anche se in fondo lo so che mi piglia per il culo tutto il palazzo dato che io, ogni mattina sento distintamente i piagnistei ed i discorsetti della treenne del piano di sotto. Le pareti di casa mia  sono ostie ed il mio pubblico subisce suo malgrado con lo stesso entusiasmo con cui assistevo io alla messa della Domenica.

E’ che sia la musica che il cibo riescono ad evocare delle emozioni in maniera quasi istantanea, passano direttamente attraverso la pelle ed amplificano i nostri sensi. Riescono a far affiorare ricordi in maniera più totalizzante, ci sono canzoni che non smettono mai di commuovermi ed io sono una che se si fissa su un pezzo è capace di riascoltarlo ad oltranza da qui a per sempre. Caruso di Dalla è talmente legata a mio padre che ricordo perfettamente quando l’abbiamo ascoltata insieme in un viaggio di ritorno da Firenze sulla sua” Alfa 164″( la macchina da pappone per antonomasia) e ci siamo commossi insieme. E dire che non ricordo quasi nulla. Il mio cervello ferma solo i dettagli. Ma ogni volta che la riascolto io sono lì. Ci sono degli odori e dei sapori che mi rimandano immediatamente e Panama. So che quando nel mio frigo abbondano papaya, mangos e latte di cocco è perché ho nostalgia e voglio tornare, ma magari non posso e allora mi mangio un pezzetto delle mie radici. Meglio che niente. Il cibo e musica sono le due cose che ci avvicinano di più al sublime. Ed  anche se molte persone, tra le quali me medesima hanno gusti discutibili al riguardo, è una cosa che riguarda tutti in qualsiasi parte del mondo. Sono necessità che semplicemente abbiamo dentro da sempre, sono la nostra memoria, sono l’idea che cerchiamo d’ignorare, che le cose che  veramente ci servono sono il nutrimento del corpo e dell’anima. Per tutto il resto c’è Mastercard e l’intuizione che ci stiano prendendo abbondantemente per il culo.

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L’epilogo più probabile di una normalissima cena con i miei amici.

Il vaso di Pandora

Accennavo, alcuni articoli fa, che io e nonna Ninin abbiamo in comune questa strana ossessione per il mito di Pandora. Io non ho alcun ricordo di lei che me ne parla, eppure pare che di riffa o di raffa questa faccenda abbia colpito entrambe anche se a causa d’inclinazioni molto diverse. Ora io non so se l’interpretazione che darò di questa cosa, abbia un suo fondamento perché Ninin da anni non c’è più e non ho mai avuto il tempo di chiederglielo dato che l’ho saputo solo dopo la sua dipartita. E’ venuto fuori quando ho sentito che la società  che aveva in Panama si chiamava “La Casita de Pandora” da lì  si è insinuato il dubbio e poi Madre mi ha dato la conferma. Chissà se anche queste cose sono catalogate nel nostro DNA e ce le tramandiamo di generazione in generazione. Mah.

Io non la conoscevo bene, i rapporti erano limitati per ovvie ragioni di distanza effettiva ed anagrafica ma credo che l’avesse interpretato come il talento tutto femminile di tenere a bada il male e il dolore, una sorta di privilegio o di potere che dir si voglia di saper fare fronte ad avversità con tenacia e di saper affrontare i mali inevitabili della vita avendo come asso nella manica questa effimera ma potentissima risorsa che è  la speranza.

La famiglia di Madre è una famiglia matriarcale. Anche se nonno Giorgio era quello che sgobbava di brutto, le decisioni, discutibili o meno le prendeva TUTTE lei. Lei era un generale con lunghi Caftani colorati ed un caratterino mica da ridere, che adorava tenere le redini di una famiglia di dimensioni (e conseguenti problematiche) spropositate. Amava le cose belle e lussuose, voleva che fosse sempre riconosciuto il suo status sociale, il suo ruolo centrale ed insostituibile nella famiglia, probabilmente le scorreva nel sangue ancora l’animo dei conquistadores Spagnoli. Aveva una tempra inaffondabile. A 92 anni quando io ne avevo una ventina ed ero a malapena in grado di accendere un computer lei ci mandava le mail. E siccome era cecata ma non si poteva dire pena il taglio della paghetta, aveva adottato l’astuto escamotage di appiccicare degli adesivi con le lettere giganti sulla tastiera,certa di non farsi notare. Il risultato erano degli scritti in esperanto, ma tanto di cappello lo stesso. Un giorno, una delle sue sorelle si ammalò di  Alzheimer così lei e alcuni dei sui fratelli tutti ultra novantenni partirono per Puertorico in missione umanitaria per non lasciarla sola. Io ogni tanto sorrido ripensando a questa manica di vecchietti nervosi mentre si aggirano per l’aeroporto di Tocumen tutti, rigorosamente, in sedia a rotelle molestando il personale, manco fossero una squadra para olimpica della terza età.

Di Pandora invece, io amo la disobbedienza. La necessità di sapere a tutti i costi. Come Eva, altra grande antenata delle Riot Grrrl. Credo che disobbedire sia fondamentale in molte fasi della vita ed io da piccola ci ho dato dentro a più non posso. Questo ha causato guai, rallentamenti, sgridate e lacrime  ma ho sempre esercitato il libero arbitrio e questa è una delle cose di cui mi vanto. Poi non so cosa sia successo, forse ad un certo punto ha avuto la meglio il senso di colpa ed alcune vicissitudini spiacevoli della vita. Ho incominciato a sentire il peso di questo vaso ricolmo di dolore ed ho iniziato ad identificarmi in quello. Il male del mondo è passato da peso sulle spalle ad essere parte di me. Così ho incominciato a muovermi  come se camminassi sulle uova, sicura di dover proteggere le persone che mi stavano vicino dal mostro che avevo nel cuore. Filtrando rabbia,  frustrazione, paura non ho fatto altro che amplificarle e restare ferma per un discreto lasso di tempo. Solo ultimamente mi sono resa conto ed ho imparato ad accettare che quel vaso è presente nell’anima di tutte le persone. Anche  in quelle da cui non te l’aspetti. La differenza a volte sta solo nella consapevolezza di se’. Ho anche imparato a domare, il più delle volte, queste bestie e incanalarle in sentimenti nuovi ed utili per la mia sopravvivenza.  A volte, sono talmente consapevole delle mie emozioni che posso dire con certezza in quali parti del corpo si manifestano. La paura mi sta sotto lo sterno, la frustrazione è un brivido che mi scende lungo le braccia, la rabbia è il fuoco che m’incendia le guance.

Pensando a quest’assonanza con Ninin mi viene anche in mente che molto dipende dall’interpretazione che tu vuoi dare ad una cosa, cosa vuoi che ti racconti. Esistono tante interpretazioni dei fatti quante sono le persone che non hanno perso il vizio di pensare con la propria testa. Gli altri si muovono un po’ come zombie e fanno volume ma forse anche quello è solo libero arbitrio usato alla cazzo di cane.

In questo momento mi piacerebbe parecchio tornare indietro nel tempo, quando dopo pranzo, noi femmine di casa ci buttavamo tutte sul lettone dei nonni e creavamo il nostro “Gineceo”. Restavamo per un’oretta lì a pigroneggiare e spettegolare un poco. Mi piacerebbe sollevare la questione ad una Ninin insolitamente pacifica perche’negli ultimi tempi era sotto Prozac. Mi pare di sentirla mentre mi risponde serafica : Ay Valeringa, Valeronga cosssa vuoi che me emporti,dopo  andiam a fare un po’de ischopping da Sacks così non ci pensi più. Genio.

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Ninin con un rappresentante dei mali del mondo: Cirillino la bestia di Satana

 

 

 

Senza far rumore

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Ci sono persone che generano universi di bellezza senza far rumore. Sono le persone che considero più preziose in questi anni chiassosi, egocentrici dove si sta sempre a guardarsi la punta del pisello senza sapere nemmeno quello che si ha dentro al cuore. E’ la fortuna che abbiamo a vivere, per il momento, in quella parte di mondo, dove a forza di preoccuparti del niente perchè hai tutto, puoi inventarti qualcosa per la quale stare male. Lusso puro. La maledizione dell’essere umano. Nessuno escluso, inutile fare quelle facce lì che vi vedo!

Questo mi è venuto in mente quando ho conosciuto la storia di Vivian Maier: Donna Statunitense nata negli anni venti. Lei nella vita faceva la tata. é morta da tata ma era una fotografa S U B L I M E. Ha lasciato tanto d quel materiale pregno di talento e significato da far impallidire orde di professionisti. Se non fosse stato per la tigna di un ragazzo che ha dedicato moltissimo tempo a ricostruire la storia e la carriera fino allora celata di questa donna non ne sapremmo assolutamente nulla. Comunque basta farsi un giro su Wikipedia et voilà! Io l’ho conosciuta grazie ad un collega che me ne ha parlato, in uno di quei rari momenti in cui, nel posto dove passo tot di ore alla settimana, si parla di passioni, di verità. Momenti che mi sono talmente cari che sono come una boccata d’ossigeno per un asmatico.

Che bella storia che è questa, non vi pare? Una persona con così tanto da dare, che vive una vita umile e dentro ha questo mondo di meraviglia che non ha MAI deciso di svelare. Che valore .Che importanza. Mica come la maggior parte di tutti noi che se non hanno un talento se l’inventano e se per caso ce l’hanno, per portarsi dietro il loro Ego hanno bisogno di una cariola.  Per il disperato bisogno di sentirci un pò meglio degli altri abbiamo perso di vista completamente il significato che è , in questo caso, l’esigenza di restituire un pò di bellezza al mondo e basta.

Io quando sento queste storie mi emoziono tutta manco fossi tornata a fare la “Titti Parenti” di nonno Giorgio, mi arruffo come fanno gli uccelli quando fanno il bagno.

Io che per qualsiasi cosa che faccio, faccio ‘na caciara allucinante, son sguiaita, eccessiva è il sangue latino, credo. Quello che vorrei che si vedesse quando ballo invece sembro una scopa invasata ma vabbeh. Io che sono questa roba qui, di fronte alle persone che silenziosamente fanno cose straordinarie mi sciolgo completamente, sento che la mia anima si espande.

Io una persona così ce l’ho vicina, si chiama Silvia, è una mia amica. Sembra un uccellino. Ma ha la forza di un leone, ha due palle che non ho mai visto in nessuno degli uomini che ho avuto il piacere o dispiacere d’incontrare. E come le donne, quelle autentiche, non ha barattato il suo femminile con l’arroganza tipica maschile lo fa con una dolcezza ed attenzione disarmanti. Ed io ne rimango sempre incantata. Davvero. credo che sia per persone così che probabilmente questa umanità demmerda che siamo non sia tutta da buttare.

Questa canzone spiega meglio la faccenda:

 

 

D-Istruzione

Volevo pubblicamente ringraziare i miei genitori per aver fatto un mucchio di sacrifici per farmi studiare nonostante tutte le rimostranze che hanno dovuto subire negli anni dalla sottoscritta. A me non piaceva andare a scuola, a me piaceva principalmente farmi i cazzi miei in mezzo alla natura selvaggia e per natura selvaggia intendo il giardino di Via Guerrazzi a Genova dove sono cresciuta. E lo so benissimo che non è una dichiarazione edificante ma meglio detto da me che spifferato poi in seguito da elementi terzi.

C’è da dire comunque che la scelta delle scuole fatte dai miei genitori ma soprattutto da devotissima Madre non ha aiutato né me né la mia ansia ad uscire psicologicamente  indenne dagli anni della scuola dell’obbligo. Io mi sono sparata 8 anni di suore. Nell’ordine: Benedettine, Marcelline e Dorotee dove ho passato solo un anno e finalmente sono riuscita a farmi cacciare. Che se ci fosse un album delle figurine dell’ordine religioso cattolico, quello sarebbe l’unico album che avrei mai finito in vita mia. La maestra delle elementari si chiamava Suor Iole e L’insegnate d’Italiano e Storia delle medie era Suor Manuela. Comun denominatore di entrambe era la predisposizione all’incazzatura facile con conseguente  vena rigonfia sulla fronte. Diciamo che il metodo Montessori non la faceva da padrone, ma alla fine se due cose due le ho imparate, lo devo alla loro tigna e alla  paura che avevo della loro reazione quando sbagliavo qualcosa e purtroppo capitava spesso. Da lì mi auto nominai: Valli di lacrime. L’anno scorso frugando nel cassetto dei ricordi a casa dei miei, ho rinvenuto un tema fatto in seconda media dal titolo: Suor Manuela furente. In cui in pratica perculavo abbondantemente Suor Manuela per la sua innata pazienza fingendo preoccupazione per la sua salute e per un  eventuale futuro ricoperta di rughe tanto si smostrava dall’ira. Presi”Appena sufficiente”. In quell’occasione vennero dimostrate due cose: che già da piccola, nonostante la mia proverbiale emotività, non avevo paura di dire quello che pensavo e che Suor Manuela nonostante tutto incassava il colpo con discreta eleganza. Dopo quell’episodio però non ci fece mai più fare un tema libero. So che qualche anno dopo la fine della scuola si fece missionaria in Sud America. Io spero tanto per quelle povere creature che il suo problema fosse proprio con le alunne delle famiglie borghesi Genovesi perché se no mi vien da dire che non c’è limite alla sofferenza.

Mi sono rimaste alcune cose di quel periodo: Per anni ho faticato ad addormentarmi perché avevo paura che m’apparisse la Madonna e la pregavo tutte le notti affinché facesse visita ad un’altra bambina e non a me. Che tra Religione e Spiritualità la differenza c’è e si vede e che se alla fine ho optato per la seconda l’ho fatto con cognizione di causa anche se capisco, perché ogni tanto mi capita, il senso di smarrimento che si sente  quando le cose vanno storte e non hai più “Santi in paradiso” ma devi fare affidamento solo sulle tue forze, essere gli unici responsabili di se stessi è ostico ma di gran lunga più efficace. Comunque devo ammettere che ho passato una bell’infanzia in quei luoghi, le  sedi delle scuole erano bellissime, con giardini enormi e ben curati,ci nutrivano bene e passavamo molto tempo all’aperto a giocare, eravamo protetti. Non avevamo idea del significato della parola “fatiscente”. Nell’aula delle elementari avevamo tante piante ed  anche i canarini che cantavano tutto il tempo, ogni tanto facevano le uova e  se l’implume mostro sopravviveva veniva donato al bimbo meritevole di turno. Mi è rimasta sempre impressa una cosa detta da Suor Iole in quinta elementare poco prima degli esami e cioè che dovevamo stare attenti, che quel mondo protetto di lì a poco sarebbe diventato più ostile che la gente ci avrebbe giudicato anche per la marca di scarpe che avremmo indossato. Mi duole ammetterlo ma aveva proprio ragione. Solo che pensavo che ad un certo punto sarebbe finito anche quel mondo lì mica che sarebbe durato tutta la vita!

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