Il terzo velo

Adesso che ho scoperto che, dopo i Jeans con gli strappi finti vendono a cifre esorbitanti anche le  sneakers finto sporche posso dire con certezza che è giunto il momento di prendere baracca e burattini e trasferirmi su un isola deserta in compagnia di una colonia felina ad inveire contro l’umanità intera. Sto esagerando? E’ possibile. Ma  solo perché inizio a guardare le cose con la stessa quantità di distacco, stizza e allarmismo. E tutto questo per due validissimi motivi.Il primo è che sto iniziando a sentirmi stretta in questi miei panni. Il secondo è che sta cadendo il terzo velo.

Per il primo punto la faccenda è lunga da spiegare soprattutto per me che non sono stata omaggiata del dono della sintesi. In più credo che a voi, delle mie psicotiche elucubrazioni mentali freghi poco o niente, perciò se siamo tutti d’accordo salterei subito al secondo.

La caduta del terzo velo non è altro che un modo poetico per dire che ho incominciato il mio consueto periodo di depurazione alimentare.Tutto qui. Non è altro che il terzo punto di questa danza dei sette veli che sto facendo da qualche tempo e cioè eliminare un’abitudine che non mi fa bene ogni mese, per trovare il mio centro ed essere di conseguenza più felice.

In questo caso è un approfondimento del secondo velo che trovate qui:

https://surfyourlifeblog.wordpress.com/2016/03/30/il-secondo-velo/

Giusto per andare più a fondo alla faccenda e cercare di fare le cose, per una volta, come si deve.

L’ho già detto che non sono costante? E che, di conseguenza, faccio fatica a perseguire i miei obbiettivi? E che sono un vulcano d’idee che poi restano a morire tra i miei pensieri? Si, mi pare di aver fatto outing un paio di post fa. Quindi adesso posso anche provare a farmi un complimento.Dovrei potercela fare. Ho un immenso spirito di sacrificio e l’abilità di trovare il lato positivo in quasi tutte le cose. C’è da dire che non sono doti innate,le ho dovute trovare in me anni fa quando ho dovuto affrontare il periodo più difficile e allo stesso tempo illuminante della mia vita.

Non è un argomento che amo approfondire, ma in soldoni posso dire che ad un certo punto della mia storia ho dovuto rimboccarmi le maniche e decidere che se volevo rimettermi in piedi, in ogni senso, avrei dovuto farmi un bel culo. E così è stato. Ed è una delle poche cose che mi rende orgogliosa di me stessa. Inaspettatamente l’attenzione all’alimentazione ha avuto un ruolo fondamentale e come accade spesso alle persone che si obbligano a fare le cose per farsi del bene, finisce che poi ti appassioni.

Così da qualche anno leggo moltissimi libri e blog sull’argomento nutrizione ma soprattutto sperimento su me stessa. In questo momento sto facendo un percorso che implica la rinuncia a lieviti, carni rosse, latticini, zuccheri raffinati, caffè e alcolici e quasi tutti i prodotti confezionati.C’è da dire che non è una cosa che si fa senza l’aiuto di un nutrizionista, quello è fondamentale per non farsi del male ed imparare a capire quello di cui ha realmente bisogno il nostro corpo senza fargli mancare nulla, perciò vediamo di evitare improvvisazioni ok?

Torniamo a noi.

In pratica elimino tutte le mie copertine di Linus e punto su un alimentazione basata su cereali integrali, frutta e verdura in quantità, legumi, semi oleosi, frutta secca, uova, pesce e pollo rigorosamente biologici e mi concedo di tanto intanto formaggio fresco di capra.

Ammetto che sia tutto tranne che semplice. Devi resettare il cervello e accantonare definitivamente per un periodo i cibi che assumi per ” consolarti” . Bisogna armarsi di fantasia e pazienza ma l’incremento in termini di salute, energia e gioia di vivere ripaga abbondantemente tutti gli sforzi e finisce che lentamente diventa uno stile di vita.

Siccome in questi periodi di restrizione la forma in cui presenti le cose assume un importanza determinante per riuscire ad arrivare al trentesimo giorno depurata si, ma non in preda ad una grave depressione, cerco di prepararmi dei pasti colorati e divertenti nel mio nuovo e splendido Bento box che porto tutti i giorni al lavoro. cercare di renderlo sempre diverso  è una sfida nella sfida. Così un po’ testare le mie capacità e un po’ per la curiosità di avere feedback da parenti, amici e conoscenti, ho preso a fotografarli e condividerli su Facebook ed Instagram. Fatemi sapere cosa ne pensate nel bene e nel male e se avete idee da proporre che ce n’è di bisogno!

Alcune persone hanno reazioni molto curiose quando vengono a sapere che stai affrontando questo tipo di sfida. C’è chi cerca di ostacolarti sventolandoti un calice di Prosecco oppure una porzione di Tiramisù sotto il naso con fare ammaliatore per farti  capitolare, senza successo. C’è chi ti guarda come se avessi deciso spontaneamente di tagliarti quattro dita della mano destra. E poi c’è chi con una punta di malcelata arroganza ti dice: si ,si.Bello.Brava , comunque sono più buone le lasagne al forno!-

Ma dai?  Meno male che me l’hai detto tu,altrimenti non ci sarei mai arrivata da sola.

Ad ogni modo complimenti per l’elasticità mentale.

Intendiamoci io sono una godereccia e vivrò sempre sospesa tra questa ricerca di benessere e la ricerca di sfondarmi di agnolotti e Barbera quando ne sento la necessità, ma fortunatamente non riesco a fare solo quello che mi chiede la panza e cerco anche di PENSARE  a cosa sia meglio per me. Perché mi voglio bene. Perché purtroppo non ho più cinque anni da mò.  Ma la cosa più bella è che le volte che capita che io mi conceda quello che mi piace senza pensieri aggiunti, l’ho DESIDERATO veramente, non è un moto automatico.

Ha un valore.

Che oggi manco le persone hanno un valore figuriamoci gli agnolotti.

 

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esempi di Bento Box

 

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U’ Pestu: ricetta in dialetto

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Mi, intu u pestu ghe metu:

ù baxaicò

L’aggiadu

ù grana

ù pecurin

L’eoiu

I pineis

Preparaziun:

Taggia l’aggiadu, lavè e asciughè du baxaico, piggià e feùggie e metelu tutu intu u murtà

co u cicinin de sal, azunze ù grana, ù pecurin e pèstael cun ù cuggia de lègnu.

Azzunze l’eoiu e dù cuggià de pineis.

Fa bullì e troffie ù tempo necessà. Condite co o pesto e aegua de cottua.

Mangè co u gotu de vin bianco, l’oudù de mà e la famiggia.

 

 

Musica consigliata:

 

 

 

“Cahuachi” sapori tropicali a Torino

 

 

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E poi a San Salvario, per essere precisi in Via Berthollet 37, c’è questo negozietto piccolo e colorato che con i suoi odori, i suoi sapori e la musica latina che parte a tutto volume da una piccola radio nera, strategicamente posizionata su una mensola dietro la cassa; fa sentire a casa  quella parte di me che se potesse, starebbe scalza tutto il giorno a sorseggiare “Chicha de Avena”, negli occhi un mare blu infinito, il culo mollemente adagiato sull’amaca, un pappagallo “Ara” di nome Luigi come compagno di scorribande e molto, ma molto meno rumore nella testa. In realtà, lo sappiamo tutti benissimo che  non è quasi mai una questione di “potere” bensì di “volere”.Su questo punto ci sto lavorando assai intensamente e vista la maniera repentina in cui cambiano le cose, potrebbe pure essere che il volere prenda per una volta il sopravvento e mi spinga a fare delle scelte furbe. Ma questo è un altro discorso ed io sto nuovamente divagando.

Torniamo a noi.

Il modo migliore che conosco per sentirmi a casa, tanto per cambiare, passa attraverso gli occhi, la bocca e lo stomaco. In buona sostanza magnando. Sai che novità.

Io ADORO la cucina latinoamericana: riso profumato al cocco con fagioli neri o rossi stufati, pesce alla Criolla accompagnato con  le verdure e yuca fritta. potrei mangiare così ad oltranza, nei secoli dei secoli. Amen.

La frutta tendenzialmente non mi piace, lo sforzo che faccio per mangiarla (producendo una discreta quantità di smorfie di dolore) dovrebbe essere premiato e invece niente. Mi piace solo frullata. Ma datemi un Mango o una Papaya e non avrete nemmeno il tempo di dire “Chuleta” che li avrò già fatti fuori entrambi. In un boccone.

Quindi oltre a soddisfare le voglie scritte nel mio dna e trovare contemporaneamente il modo d’ingerire la mia dose quotidiana di vitamine con piacere e dignità, bazzicare in questo posticino mi ha permesso di sperimentare con gioia piatti che altrimenti non avrei mai pensato di fare. Chiacchierando con Vero e facendole un sacco di domande, ho imparato a fare i Tamales , una sorta di fagottini di polenta di mais ripiena, di origine Messicana (ma che ha le sue declinazione in molti paesi del centro e sud america.) Andando a  memoria e facendomi dare due dritte da lei, ho fatto saltare del pollo con salsa di soia tante verdure di stagione, cipollotto, dragoncello e molto peperoncino fresco, ho preparato uno strato di questo composto di mais che si amalgama a freddo, al centro ho messo il ripieno di pollo saltato, poi l’ho coperto con un’altro strato di mais. L’ho avvolto in foglie di platano che ho sigillato bene con dello spago e messo a bollire per più di un’ora. Il risultato è stato molto apprezzato ed eccolo qui:

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Diciamo che una spesa “tipo” è composta da almeno un paio di avocados buoni e con un costo decisamente concorrenziale rispetto al mercato, naturalmente papaya e  mango , dello zenzero fresco, latte di cocco per cucinare, peperoncini freschi (quelli arancioni per fare il guacamole, provateli e li metterete dappertutto)  le rare volte che mi viene voglia di friggere mi prendo due bei platani verdi e faccio ” Patacones”da mangiare come accompagnamento a piatti di carne e pesce o così in purezza: Uno dietro l’altro come patatite. Altre volte prendo quelli molto maturi, praticamente neri, taglio a fette e metto in forno con cannella e zucchero di canna e faccio “El Platano en tentacion” che vale la pena mangiarlo anche solo per il nome che la dice lunga.

Trovo Semi di Chia e curcuma fresca, fagioli neri e rossi in scatola, la pasta di Curry rosso e verde, dulce de leche e tantissime altre cose. Ultimamente ho preso ad usare per saltare in padella anche l’olio di cocco spremuto a freddo, che pare sia portentoso anche come impacco per i capelli e come idratante per il corpo ma devo ancora verificare. Per ora mi godo un po’ di tropici anche a Torino, che in effetti, visto il meteo degli ultimi tempi, appaiono sempre meno lontani.

Così mentre tergiverso, cercando di prendere una posizione nella vita che non deve essere per forza definitiva ma solo più appagante, tengo viva la mia memoria attraverso il cibo e cercando di godermela anche se le cose non sono andate esattamente come avrei voluto. Non esiste la vita perfetta, ma può esserlo l’atteggiamento.

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il Fish Box e la spesa sostenibile

E niente, finalmente è arrivato.

Riuscivo a stento a contenere le emozioni: Mi batteva forte il cuore e sentivo le farfalle nella pancia, continuavo a guardarmi nervosamente intorno, sicura che sarebbe stato un po’ in ritardo come al solito ed invece con un misto di stupore e gioia eccolo palesarsi di fronte ai miei occhi quasi all’improvviso in tutta la sua magnificenza : Il furgone della Hertz contenente il mio amato Fish box!

Siccome gli uomini più che regalare emozioni, a parte brevi e fugaci parentesi, tendenzialmente vengono a rompere i coglioni, ho deciso che d’ora in poi mi esalterò solo di fronte al cibo. Che poi detto tra noi non è che sia una decisione che prenda facendo grossi sforzi, diciamo che è già una mia inclinazione naturale.

E così è stato ieri quando mi sono recata davanti all’ Askatasuna ,ad attendere l’arrivo del furgoncino che portava questa meraviglia di pesce che arriva da Termoli , viene pescato in maniera sostenibile e cioè tenendo conto della stagionalità e dei periodi di riproduzione delle specie, senza reti a strascico ed amenità varie che purtroppo stanno devastando il nostro mare senza rispetto alcuno.

Eravamo lì , meno di una decina di persone, un gruppetto eterogeneo. I componenti del G.a.s Vanchiglia più un infiltrata: Io. Arrivato il furgoncino incomincia la distribuzione dei pesci: Elena tiene l’elenco, si paga, si prende il pesce e si viene depennati dalla lista. Et voilà!

Io con il mio tesssoro in braccio, perché naturalmente avevo scordato la borsa, sono subito andata tutta tronfia e felice Da Emilia a mostrarlo alle mie amiche Chicca e Claudietti, manco avessi appena partorito. Ho aperto lo scrigno lentamente  guardandole intensamente  negli occhi per carpirne  qualche emozione ed invece ho potuto notare solo lo sguardo schifato di Chicca causato dalla vista dei dentini dei Merluzzi. Ma non importa, quando glieli riproporrò cucinati avrò la mia agognata soddisfazione.

Devo ammettere che appena arrivata a casa e giunto il momento della pulizia dalle interiora dei suddetti, la poesia mi è un po’ passata e chi si pulisce da solo il pesce mi può anche capire.Un calamaro può contenere moltitudini. Figuriamoci 2 chili e mezzo. In pratica la mia cucina alla fine della faccenda sembrava il set di un film di Dario Argento. Io puzzerò di pesce ancora per una settimana, credo.

Comunque in meno di mezz’ora me la sono cavata, ho messo su il brodetto con i resti dei gamberi ed ho fatto tante buste monoporzione con il pesce pulito. Ho surgelato tutto a parte una discreta quantità di Gamberi e mi sono fatta una pasta che ha ottime probabilità di diventare il mio futuro cavallo di battaglia: tagliolini al nero di seppia, avocado, gamberi appena scottati e peperoncino fresco. Una goduria.

Siccome uno degli obbiettivi che mi sono imposta quest’anno è di imparare a fare la spesa rifuggendo il più possibile i supermercati e concentrandomi su piccole realtà cercando di mantenere la concentrazione sulla qualità dei prodotti, il costo  e l’etica verso gli animali (anche se qui l’unica soluzione sarebbe smettere di mangiare carne e basta, ma al momento non ci riesco perciò cerco un compromesso.) Ho trovato che quest’iniziativa sia l’alternativa più interessante.

se volete saperne di più, ecco il link: http://www.fishbox.it/

E poi volete mettere il valore aggiunto dell’attesa? Quella sensazione che può provare solo chi l’ha già acquistato una volta, di stare lì fuori ad aspettare e sentirsi osservato dagli estranei che pare stiano pensando” Che minchia fanno quei quattro fessi” E invece intimamente tu ti senti il membro di una società segreta con l’altissimo scopo di salvare il mondo.

Quindi il concetto che accompagna tutto sto sbrodolamento di parole è sempre lo stesso: Un po’ meno, un po’ meglio.

Che si applica non solo al cibo ma a quasi tutto, credo. Ultimamente ne ho potuto apprezzare l’essenza anche nella comunicazione. Meno parole ma che arrivino direttamente dal cuore. Mi sto applicando pure in questo ma come avrete potuto notare avrò enormi difficoltà a trovare in me il dono della sintesi.

C’è anche da dire che negli anni come spesso accade, divento sempre più simile a Madre e tutto il casino del mercato del pesce inizia ad infastidirmi non poco.E’ vero, anni fa andavo serenamente, una volta dopo una memorabile imitazione della Seppia me ne hanno persino regalata una, ma ero più  giovane e più paracula (incredibile ma vero)adesso che, forse un po’ precocemente (ma mica poi tanto) mi godo le gioie dell’ anzianità, posso dire con candore che mi stanno sul culo quasi tutti. Perciò sono obbligata in qualche modo, a cercare alternative alle urla beduine del mercato.

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Il mio tesssssoro

 

 

 

Il Panificio Bertino

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Una decina di anni fa, mentre passeggiavo trulla trulla per le vie del quartierino, tentando di schivare le cacche di cane e le bottiglie rotte sul marciapiede di Via Galliari, mi fermai a guardare la vetrina di questo piccolo panificio in preda ai morsi della fame. Il proprietario si affacciò e ci mettemmo a chiacchierare del più e del meno, come spesso mi accade data la mia proverbiale logorrea. Ad un certo punto venne fuori che sono Ligure così lui esclamò tutto tronfio: Assaggia la nostra focaccia! E’ più buona di quella originale!  Se ne fossi stata capace, avrei alzato un sopracciglio, ma la mia mimica facciale , va un po’per i cazzi suoi, così a volte mi capita che quello che vorrebbe essere uno sguardo d’incredulità misto supponenza, diventi un espressione alla “Urlo di Munch”.

E poi mi lamento sempre di essere fraintesa.

Comunque la focaccia l’assaggiai e non era per nulla male, ma l’abitudine mi portò a ritornare solo molti anni dopo, per fare una commissione per la  mia amica Titta e adesso, non li mollo più manco se a loro, a volte, piacerebbe.

Il proprietario non c’è più da qualche anno e  adesso lo gestisce il figlio Andrea con la compagna Alice. Io mi diverto sempre un casino quando vado lì, perché entrambi sono due soggetti niente male. Alice è una donna concreta e determinata. Una gran lavoratrice, una che sa come si sta dietro ad un bancone, si fa un gran mazzo e riesce ad essere sempre brillante e sorridente. Quando entri nel negozio, non esci mai senza aver assaggiato qualcosa di nuovo o un pezzo di focaccia appena sfornata. Una goduria unica. L’unica cosa che le posso rimproverare è questa passione per il rosa.

Però a parte questo la sua dote principale è la pazienza. Altrimenti non si spiegherebbe come faccia a sopportare  da così tanto tempo Andrea.

Andrea è l’artefice di tutte le meraviglie che escono dal forno, tra le cose che preferisco ci sono la pizza con i freschi: germogli, noci, rucola e pomodoro fresco; Quella con le puntarelle e  le acciughe; la Sardenaira e quella piccante con i peperoni, che si sa, a me piace stare leggera. E naturalmente la focaccia appena sfornata che mi rimanda immediatamente alla mia infanzia. Altra meraviglia delle meraviglie è il pane e cioccolato: Una bombetta di tre etti almeno, fatta con l’impasto del pane e le gocce di cioccolato. Per un euro ti compri un poco di felicità  e chi se ne frega se quando hai finito sembri il cane quando si è rotolato nel fango. Ne valeva la pena.

Andrea ti porta a fare un giro a vedere il forno, uno dei più antichi d’Europa anche se non vuoi. Ti racconta tutta la storia e ti lascia addosso la passione per il suo lavoro anche se non gliel’hai chiesto. E’ Una persona speciale anche se mi duole ammetterlo pubblicamente perché giochiamo a dirci un sacco di cattiverie: mi chiama “picchiatella” e mi dice altre nefandezze che non si possono ripetere, comunque tranquilli, anch’io mi difendo bene. Mi tiene dieci minuti buoni tutti i giorni a parlare di cacca, perché è uno che ci tiene a sviscerare per bene l’ argomento.

Un’altra cosa per cui apprezzo questo posto è che hanno questi risi buonissimi, di una cascina del Vercellese, oltre i classici: Arborio, Carnaroli e Roma propongono Riso Venere, Rosso selvatico, Integrale e Basmati di ottima qualità ad un prezzo ridicolo rispetto ai supermercati, che se ti compri una  confezione di riso venere da 500 g capace che la paghi 4 euro e non è della stessa qualità. Io una volta gliel’ho detto ad Alice ma lei non ha mai aumentato di un centesimo. La sera, quando stanno per chiudere, mettono quello che è avanzato in un sacco fuori dalla porta per chi ha qualche difficoltà e se ne vanno ballare latino americano nel bar  a fianco. Sono una delle mie coppie preferite. Sono persone semplici, eccezionali, vere e appassionate. E sanno fare bene il loro lavoro. A me piacciono i posti così : dove sai che entri per nutrire meglio il tuo corpo e finisce che hai nutrito un po’ anche la tua anima.

 

https://www.facebook.com/panificiobertino/

 

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El barrio

Oggi ho fatto i conti ed ho scoperto che sono 13 anni che vivo a Torino. La cosa mi ha fatto specie per due motivi: il primo è che il 13 è il numero che ossessivamente scandisce i tempi della mia vita, dal quale sono a dir poco ossessionata. E la seconda è che mai avrei pensato per come è incominciata questa avventura, che sarebbe durata tanto. A  vent’anni ho vissuto per qualche tempo a Bologna ma poi per varie vicissitudini, la mia permanenza lì stava diventando claustrofobica. Perciò mi ritrovai a fantasticare di ricominciare in nuovi lidi. Mi venne in mente la gita che facemmo al liceo alla  sede della Stampa.In quell’occasione incontrai un Clochard che vendeva “gioielli” ricavati dai rifiuti.

Io ho vissuto molti  anni a Genova e coi disadattati c’ho un certo feeling. Solitamente mi ci fidanzo, ma in quell’occasione ci andai stranamente cauta e  gli comprai solo due o tre ammennicoli di dubbio gusto. Ricordo che, da abile venditore  quale alla fine si rivelò il soggetto, mi ci aggiunse un valore intrinseco  per giustificarne l’acquisto incominciando  a dire qualcosa del tipo che quell’oggetto mi avrebbe tenuta legata a Torino ed in qualche modo ci sarei tornata. Ed infatti eccomi qui, che mentre scrivo mi accorgo che la disadattata vera sono io. Una donna in balia della casualità.

Però posso dire che sarà per un colpo di fortuna, sarà per la casualità stessa della faccenda, qui io ho trovato casa ed una seconda famiglia. Per la precisione ho trovato entrambe a San Salvario il quartiere dove abito da sempre, tranne che per una piccola parentesi di un anno e mezzo in Crocetta della quale ricordo solo il rumore dei clacson  di Corso de Gasperi e le vecchie ricoperte d’ori e di stizza che cercavano di passarti avanti in ogni luogo: al supermercato, alla posta, a bar e a volte anche sulle strisce. Con quella simpatica scritta in sovraimpressione tatuata sul volto “Sispostipezzente!”. Inutile dire che tornare nel quartierino, è stato per me un sospiro di sollievo.

Per una persona con radici  Wireless come me, vivere qui è il microcosmo ideale anche se a volte la ” Torinesità” ha l’effetto su di me di una calza contenitiva di tre taglie più piccola: Un po’ mi soffoca un po’ mi  definisce nuovi margini.

La prima casa in cui ho abitato si trovava in via Saluzzo angolo via Berthollet  ribattezzato quasi subito: ” L’angolo della morte” a causa della densità  di spacciatori, ubriaconi di zona e prostitute e di “ultimi” in generale,  che bazzicavano il marciapiede sotto casa. Certo, avere negli occhi quel degrado quotidiano non è piacevole, ma immagino sia più spiacevole viverlo sulla pelle e a parte alcune esternazioni offensive  e sessiste non ho avuto grossi problemi a tornare a casa né di giorno né di notte. Dopodiché mi sono imborghesita e adesso vivo  in zona Corso Marconi, le colonne d’Ercole della “Movida” che da qualche anno ha preso possesso del quartiere. Da casa mia  non senti le urla beduine  della gioventù alterata del week-end, però puoi scommettere su quanti elementi si sono ubriacati abbestia, contando le vomitate per la strada l’indomani. Io non dovrei parlare perché fino a qualche anno fa ero la regina della festa, ma  una delle gioie d’invecchiare è fare ” il bue che da del cornuto all’asino” senza vergogna alcuna e non sarò certo io a porre fine a questa tradizione. San Salvario è uno dei quartieri multietnici della città. Qui coabitano e lavorano perlopiù serenamente razze e culture diverse. Tra le attività che richiamano sempre la mia attenzione abbiamo: il videonoleggio dei Nigeriani con le locandine dei dvd in vetrina   che sono tutto un tripudio di armi, soldi e volti trasfigurati dal dolore. Un curioso mix tra la soap opera latina, il buon gusto dei video di 50 cent & co e lo splatter dei film di Rodriguez. Sono anni che  giuro a me stessa di entrare ed affittarne uno per approfondire il tema, ma ad oggi, non ne ho ancora avuto il coraggio. C’è la galleria d’arte con il centro scommesse annesso della mia compagna di accademia Claudia, c’è il Kebabbaro di Bibo detto anche ” Il sindaco” che ti saluta sempre gridando: Ciao Negra! In via Belfiore ma attualmente si è spostato in via Principe Tommaso ,c’è uno dei Primi Sexy shop della nuova generazione, quelli rosa e  leziosetti per capirci, che vendono articoli Hi tech discreti, colorati e costosissimi e dove il commesso non è un cinquantenne sovrappeso e unto che ti dice:- la vedi quella bambola gonfiabile? Costa 500 euro ed è più calda di te!- (Storie di vita vissuta) Bensì una coppia giovane, professionale e simpatica.  Nel quartierino coesistono negozi che sono lì da sempre e nuove attività. I più con fatica resistono, ma altri, vuoi l’assenza di ricambio generazionale , vuoi la fatica ad arrivare alla fine del mese, stanno poco a poco chiudendo lasciando il posto a squallide chupiterie tutte uguali, tutte inutili. Portando via con sé un pezzetto di storia. Mi ricordo della polleria sotto casa dove andavo con Claudietti, gestita da una coppia di signori sui 70: Lei bionda e truccatissima un po’ affaticata da un visibile inizio di Parkinson; Lui un ometto alto un metro una mela e poco più,  sempre attento ad agevolarla senza che lei  se ne accorgesse altrimenti s’incazzava come una bestia. lavoravano come somari e raccontavano sempre le mirabolanti avventure della figlia neolaureata, che partiva a conquistare il mondo grazie ai loro sacrifici e alla cospicua parte di stipendio che gli lasciavo, golosa del loro sotto filetto e dei tortelli più buoni di tutta Torino. Costavano oro ed in quell’occasione ho iniziato ad apprezzare il concetto:- un po’ meno, un po’ meglio- che secondo me va applicato a tutte le cose della vita.  Adesso c’è uno dei tanti negozi gestiti da Pakistani che vendono alcolici e cartine. Una delle mie attività diurne preferite  è gironzolare per il quartiere alla ricerca di questi posti, lentamente sto imparando a fare la spesa solo nelle piccole attività di zona per dare il mio  piccolo contributo per non vederle sparire e per poter accedere a prodotti qualitativamente migliori che al supermercato. Battendo il quartiere in lungo e in largo ho trovato  quasi tutto quello che mi serve senza spendere una fortuna. L’unico inconveniente se così si può dire è che  quando esci a far la spesa sai quando parti ma non quando torni, ci conosciamo tutti e non scambiare quattro chiacchiere anche con la signora che non sai come si chiama ma che incontri sempre al mercato, pare brutto. Avere fretta non è contemplato e riuscire a dribblare le conversazione è un arte  segreta che ci si tramanda di generazione in generazione. Magda mia suocera immaginaria, dice che la strada da casa verso il mercato ha più tappe della via crucis. Ed anche se quando ci vediamo ce ne lamentiamo sempre, entrambe non neghiamo mai una pezza a nessuno.

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Il secondo velo

Diciamo serenamente che tra cambio dell’ora, cambio di stagione, cambio dell’armadio, questa Primavera sta avendo l’effetto su di me, che potrebbe avere un potente allucinogeno. Non riesco a dormire, non riesco ad organizzarmi, non riesco a pensare, passo dalla depressione più nera al sovraeccitamento all’incirca ogni 20 minuti. In compenso riesco a mangiare tranquillamente come un camionista di 90 kg senza batter ciglio.

Credo che questa fame atavica sia dovuta ad un dilatamento delle pareti dello stomaco causato da indovinate chi :Ninin e Padre.

Se il buongiorno si vede dal mattino, il mio inizio su questa terra è stato a dir poco turbolento. Da lì ad occhio allenato si poteva capire che anche il seguito avrebbe avuto quell’andamento ma non mettiamo troppa carne al fuoco.

In un’assolata estate di tot anni fa, una Madre panzona, si faceva beatamente gli affari suoi al mercato di Piazza Palermo a Genova, senonché, venne chiamata in ospedale per partorire anche se io non avevo dato nessuna avvisaglia di voler uscire a vedere che aria buttava. Le hanno indotto il parto e la motivazione ancora oggi, per me rimane un mistero. So solo due cose: la prima è che i medici hanno iniziato a rompermi i coglioni un po’ troppo presto. La seconda che nella traversata delle membra materne ci son stati svariati  problemi e  mettici che ero pure sottopeso, mi son fatta anche un giro nell’incubatrice. La vicenda ha generato le seguenti reazioni nella mia famiglia:

Madre, siccome ero troppo piccola , quando ha dovuto presentarmi ai miei fratelli che ritornavano dalle vacanze a Panama ha pensato bene d’imbottirmi il vestitino di carta igienica per farmi sembrare più consistente. Complimenti per la creatività ma tanto loro mi hanno schifata lo stesso per almeno cinque anni, perché non interagivo, dormivo ed evacuavo e basta.

Invece quelle volpi astute di Padre e Ninin, naturalmente ognuno all’insaputa dell’altro, avevano incominciato a darmi biberon extra per farmi ingrassare. A sei mesi avevo abbondantemente recuperato e sorpassato gli altri bambini. Se riguardo le foto da piccola non ce n’è una in cui non abbia il rigurgito e sembro la figlia illegittima dello zio Fester  degli Addams.Che carina. Da lì a me viene sempre spontaneo pensare, soprattutto in quest’ultimo periodo che l’argomento sta scatenando gli animi della gente, che l’orientamento sessuale dei genitori naturali e non, sia l’ultimo dei problemi di un bambino.

Comunque con un certo vanto posso dire che dopo quell’esperienza il mio appetito è sempre stato proverbiale. Ho sempre finito gli avanzi dei piatti dei miei fidanzati ed uno dei miei più grandi moti di orgoglio è aver mangiato per pranzo 4 etti di agnolotti con burro ed abbondante parmigiano. da ciò si evince, intanto, che io dia un significato molto personale al concetto d’ambizione e che , se non mi do un giro di tanto in tanto, la mia dieta è senza dubbio squilibrata. Ho imparato a cucinare per sopravvivenza. Claudietti ricorda che tredici anni fa, quando sono arrivata a Torino, mi nutrivo solo di coca cola, prosciutto di parma e mozzarella di bufala. In alcuni periodi tendo più a colmare il vuoto che sento dentro che nutrire il mio corpo, ma da qualche tempo sto imparando a prendermi cura di me stessa e che il cibo può essere un valido alleato anche per la ricerca del benessere e della felicità. Si è così. L’unico problema è che non conoscendo grigi nella mia vita, per prendere una sana routine devo per prima cosa eliminare definitivamente tutto ciò che mangio più per abitudine e cambiare radicalmente la mia routine alimentare. In pratica inizio con una disintossicazione radicale che comporta, tra le altre cose,

un ‘incazzatura intrinseca ed altri vari malesseri per la prima settimana. Cosa che porta tutti i miei amici ad evitarmi come la peste nera. Ma quando il corpo si disintossica capisco che ne vale la pena. E siccome abbiamo superato brillantemente la caduta del primo velo, cioè dell’abbandono del fumo, ho pensato che questa potesse essere la seconda prova alla quale sottopormi per fortificarmi e liberarmi da quei gesti automatici che mi allontanano da me stessa. Il secondo velo, per l’appunto.

tutto ciò per dirvi che presto, tornerò ad argomentare di cibo, cosa per la quale, avevo deciso di aprire queso blog. L’ho solo presa un po’ troppo larga. stay tuned.

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Madre che a modo suo tenta di salvarmi da un futuro da cicciona. Io molto contrariata