El barrio

Oggi ho fatto i conti ed ho scoperto che sono 13 anni che vivo a Torino. La cosa mi ha fatto specie per due motivi: il primo è che il 13 è il numero che ossessivamente scandisce i tempi della mia vita, dal quale sono a dir poco ossessionata. E la seconda è che mai avrei pensato per come è incominciata questa avventura, che sarebbe durata tanto. A  vent’anni ho vissuto per qualche tempo a Bologna ma poi per varie vicissitudini, la mia permanenza lì stava diventando claustrofobica. Perciò mi ritrovai a fantasticare di ricominciare in nuovi lidi. Mi venne in mente la gita che facemmo al liceo alla  sede della Stampa.In quell’occasione incontrai un Clochard che vendeva “gioielli” ricavati dai rifiuti.

Io ho vissuto molti  anni a Genova e coi disadattati c’ho un certo feeling. Solitamente mi ci fidanzo, ma in quell’occasione ci andai stranamente cauta e  gli comprai solo due o tre ammennicoli di dubbio gusto. Ricordo che, da abile venditore  quale alla fine si rivelò il soggetto, mi ci aggiunse un valore intrinseco  per giustificarne l’acquisto incominciando  a dire qualcosa del tipo che quell’oggetto mi avrebbe tenuta legata a Torino ed in qualche modo ci sarei tornata. Ed infatti eccomi qui, che mentre scrivo mi accorgo che la disadattata vera sono io. Una donna in balia della casualità.

Però posso dire che sarà per un colpo di fortuna, sarà per la casualità stessa della faccenda, qui io ho trovato casa ed una seconda famiglia. Per la precisione ho trovato entrambe a San Salvario il quartiere dove abito da sempre, tranne che per una piccola parentesi di un anno e mezzo in Crocetta della quale ricordo solo il rumore dei clacson  di Corso de Gasperi e le vecchie ricoperte d’ori e di stizza che cercavano di passarti avanti in ogni luogo: al supermercato, alla posta, a bar e a volte anche sulle strisce. Con quella simpatica scritta in sovraimpressione tatuata sul volto “Sispostipezzente!”. Inutile dire che tornare nel quartierino, è stato per me un sospiro di sollievo.

Per una persona con radici  Wireless come me, vivere qui è il microcosmo ideale anche se a volte la ” Torinesità” ha l’effetto su di me di una calza contenitiva di tre taglie più piccola: Un po’ mi soffoca un po’ mi  definisce nuovi margini.

La prima casa in cui ho abitato si trovava in via Saluzzo angolo via Berthollet  ribattezzato quasi subito: ” L’angolo della morte” a causa della densità  di spacciatori, ubriaconi di zona e prostitute e di “ultimi” in generale,  che bazzicavano il marciapiede sotto casa. Certo, avere negli occhi quel degrado quotidiano non è piacevole, ma immagino sia più spiacevole viverlo sulla pelle e a parte alcune esternazioni offensive  e sessiste non ho avuto grossi problemi a tornare a casa né di giorno né di notte. Dopodiché mi sono imborghesita e adesso vivo  in zona Corso Marconi, le colonne d’Ercole della “Movida” che da qualche anno ha preso possesso del quartiere. Da casa mia  non senti le urla beduine  della gioventù alterata del week-end, però puoi scommettere su quanti elementi si sono ubriacati abbestia, contando le vomitate per la strada l’indomani. Io non dovrei parlare perché fino a qualche anno fa ero la regina della festa, ma  una delle gioie d’invecchiare è fare ” il bue che da del cornuto all’asino” senza vergogna alcuna e non sarò certo io a porre fine a questa tradizione. San Salvario è uno dei quartieri multietnici della città. Qui coabitano e lavorano perlopiù serenamente razze e culture diverse. Tra le attività che richiamano sempre la mia attenzione abbiamo: il videonoleggio dei Nigeriani con le locandine dei dvd in vetrina   che sono tutto un tripudio di armi, soldi e volti trasfigurati dal dolore. Un curioso mix tra la soap opera latina, il buon gusto dei video di 50 cent & co e lo splatter dei film di Rodriguez. Sono anni che  giuro a me stessa di entrare ed affittarne uno per approfondire il tema, ma ad oggi, non ne ho ancora avuto il coraggio. C’è la galleria d’arte con il centro scommesse annesso della mia compagna di accademia Claudia, c’è il Kebabbaro di Bibo detto anche ” Il sindaco” che ti saluta sempre gridando: Ciao Negra! In via Belfiore ma attualmente si è spostato in via Principe Tommaso ,c’è uno dei Primi Sexy shop della nuova generazione, quelli rosa e  leziosetti per capirci, che vendono articoli Hi tech discreti, colorati e costosissimi e dove il commesso non è un cinquantenne sovrappeso e unto che ti dice:- la vedi quella bambola gonfiabile? Costa 500 euro ed è più calda di te!- (Storie di vita vissuta) Bensì una coppia giovane, professionale e simpatica.  Nel quartierino coesistono negozi che sono lì da sempre e nuove attività. I più con fatica resistono, ma altri, vuoi l’assenza di ricambio generazionale , vuoi la fatica ad arrivare alla fine del mese, stanno poco a poco chiudendo lasciando il posto a squallide chupiterie tutte uguali, tutte inutili. Portando via con sé un pezzetto di storia. Mi ricordo della polleria sotto casa dove andavo con Claudietti, gestita da una coppia di signori sui 70: Lei bionda e truccatissima un po’ affaticata da un visibile inizio di Parkinson; Lui un ometto alto un metro una mela e poco più,  sempre attento ad agevolarla senza che lei  se ne accorgesse altrimenti s’incazzava come una bestia. lavoravano come somari e raccontavano sempre le mirabolanti avventure della figlia neolaureata, che partiva a conquistare il mondo grazie ai loro sacrifici e alla cospicua parte di stipendio che gli lasciavo, golosa del loro sotto filetto e dei tortelli più buoni di tutta Torino. Costavano oro ed in quell’occasione ho iniziato ad apprezzare il concetto:- un po’ meno, un po’ meglio- che secondo me va applicato a tutte le cose della vita.  Adesso c’è uno dei tanti negozi gestiti da Pakistani che vendono alcolici e cartine. Una delle mie attività diurne preferite  è gironzolare per il quartiere alla ricerca di questi posti, lentamente sto imparando a fare la spesa solo nelle piccole attività di zona per dare il mio  piccolo contributo per non vederle sparire e per poter accedere a prodotti qualitativamente migliori che al supermercato. Battendo il quartiere in lungo e in largo ho trovato  quasi tutto quello che mi serve senza spendere una fortuna. L’unico inconveniente se così si può dire è che  quando esci a far la spesa sai quando parti ma non quando torni, ci conosciamo tutti e non scambiare quattro chiacchiere anche con la signora che non sai come si chiama ma che incontri sempre al mercato, pare brutto. Avere fretta non è contemplato e riuscire a dribblare le conversazione è un arte  segreta che ci si tramanda di generazione in generazione. Magda mia suocera immaginaria, dice che la strada da casa verso il mercato ha più tappe della via crucis. Ed anche se quando ci vediamo ce ne lamentiamo sempre, entrambe non neghiamo mai una pezza a nessuno.

nutellaBB (1)

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2 thoughts on “El barrio

  1. Uh quanto è che non pensavo più ai macellai! Aspetta, cosa dicevano? ‘Questa è tenerissima, la scotti solo un minuto da una parte e uno dall’altra, mi raccomando’ (o qualcosa di simile, ma si sa, nella famiglia non sono io quella con la memoria!). E più progrediva la sua malattia, più stavi lì a chiacchierare, perché la bistecca te la tagliava sempre lei mettendoci molto tempo; mai il marito, forse per non darle il dispiacere di privarla di quell’attività, o quanto meno mi piaceva pensarla così…
    Ebbene, lungo per essere il mio primo commento!
    Grazie, perché prima di dormire (leggi ore turche) vengo a leggere il tuo blog, ed è un appuntamento che mi rimette in pace, mi fa sorridere e mi trascina via dall’incazzatura con il computer che troppo spesso mi porto appresso nel letto (consigliata peraltro in tutti i manuali del buon riposo :-).
    Continua a scrivere, mi raccomando!!

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