Il secondo velo

Diciamo serenamente che tra cambio dell’ora, cambio di stagione, cambio dell’armadio, questa Primavera sta avendo l’effetto su di me, che potrebbe avere un potente allucinogeno. Non riesco a dormire, non riesco ad organizzarmi, non riesco a pensare, passo dalla depressione più nera al sovraeccitamento all’incirca ogni 20 minuti. In compenso riesco a mangiare tranquillamente come un camionista di 90 kg senza batter ciglio.

Credo che questa fame atavica sia dovuta ad un dilatamento delle pareti dello stomaco causato da indovinate chi :Ninin e Padre.

Se il buongiorno si vede dal mattino, il mio inizio su questa terra è stato a dir poco turbolento. Da lì ad occhio allenato si poteva capire che anche il seguito avrebbe avuto quell’andamento ma non mettiamo troppa carne al fuoco.

In un’assolata estate di tot anni fa, una Madre panzona, si faceva beatamente gli affari suoi al mercato di Piazza Palermo a Genova, senonché, venne chiamata in ospedale per partorire anche se io non avevo dato nessuna avvisaglia di voler uscire a vedere che aria buttava. Le hanno indotto il parto e la motivazione ancora oggi, per me rimane un mistero. So solo due cose: la prima è che i medici hanno iniziato a rompermi i coglioni un po’ troppo presto. La seconda che nella traversata delle membra materne ci son stati svariati  problemi e  mettici che ero pure sottopeso, mi son fatta anche un giro nell’incubatrice. La vicenda ha generato le seguenti reazioni nella mia famiglia:

Madre, siccome ero troppo piccola , quando ha dovuto presentarmi ai miei fratelli che ritornavano dalle vacanze a Panama ha pensato bene d’imbottirmi il vestitino di carta igienica per farmi sembrare più consistente. Complimenti per la creatività ma tanto loro mi hanno schifata lo stesso per almeno cinque anni, perché non interagivo, dormivo ed evacuavo e basta.

Invece quelle volpi astute di Padre e Ninin, naturalmente ognuno all’insaputa dell’altro, avevano incominciato a darmi biberon extra per farmi ingrassare. A sei mesi avevo abbondantemente recuperato e sorpassato gli altri bambini. Se riguardo le foto da piccola non ce n’è una in cui non abbia il rigurgito e sembro la figlia illegittima dello zio Fester  degli Addams.Che carina. Da lì a me viene sempre spontaneo pensare, soprattutto in quest’ultimo periodo che l’argomento sta scatenando gli animi della gente, che l’orientamento sessuale dei genitori naturali e non, sia l’ultimo dei problemi di un bambino.

Comunque con un certo vanto posso dire che dopo quell’esperienza il mio appetito è sempre stato proverbiale. Ho sempre finito gli avanzi dei piatti dei miei fidanzati ed uno dei miei più grandi moti di orgoglio è aver mangiato per pranzo 4 etti di agnolotti con burro ed abbondante parmigiano. da ciò si evince, intanto, che io dia un significato molto personale al concetto d’ambizione e che , se non mi do un giro di tanto in tanto, la mia dieta è senza dubbio squilibrata. Ho imparato a cucinare per sopravvivenza. Claudietti ricorda che tredici anni fa, quando sono arrivata a Torino, mi nutrivo solo di coca cola, prosciutto di parma e mozzarella di bufala. In alcuni periodi tendo più a colmare il vuoto che sento dentro che nutrire il mio corpo, ma da qualche tempo sto imparando a prendermi cura di me stessa e che il cibo può essere un valido alleato anche per la ricerca del benessere e della felicità. Si è così. L’unico problema è che non conoscendo grigi nella mia vita, per prendere una sana routine devo per prima cosa eliminare definitivamente tutto ciò che mangio più per abitudine e cambiare radicalmente la mia routine alimentare. In pratica inizio con una disintossicazione radicale che comporta, tra le altre cose,

un ‘incazzatura intrinseca ed altri vari malesseri per la prima settimana. Cosa che porta tutti i miei amici ad evitarmi come la peste nera. Ma quando il corpo si disintossica capisco che ne vale la pena. E siccome abbiamo superato brillantemente la caduta del primo velo, cioè dell’abbandono del fumo, ho pensato che questa potesse essere la seconda prova alla quale sottopormi per fortificarmi e liberarmi da quei gesti automatici che mi allontanano da me stessa. Il secondo velo, per l’appunto.

tutto ciò per dirvi che presto, tornerò ad argomentare di cibo, cosa per la quale, avevo deciso di aprire queso blog. L’ho solo presa un po’ troppo larga. stay tuned.

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Madre che a modo suo tenta di salvarmi da un futuro da cicciona. Io molto contrariata

 

Il cibo, la musica ed i moti dell’anima

Ieri sera ho dovuto cucinare in fretta e furia un tris di piatti per un’idea malsana che è venuta alla mia amica Cristina e che se per caso andrà in porto, mi metterà nei guai. Ma io ci sono abituata perciò per il momento non mi scompongo più di tanto.

Così ho invitato  a cena il mio amico Stefano nonché il mio insostituibile maestro di Ukulele. Uomo di impareggiabile pazienza e sensibilità. Alla fine, ovviamente non abbiamo fatto lezione e ci siamo abbuffati come facoceri tirandoci giù una bella bottiglia di Santa Cristina che non guasta mai. E’ stata una di quelle belle serate in cui incominci a parlare, mosso dalle bollicine e dalla panza piena, di massimi sistemi, di senso della vita, un po’ per bilanciare la grezzaggine con la quale ci siamo avventati sul cibo, un po’ per moto spontaneo, un po’ per l’avvinazzamento imperante. Il succo del discorso, ammesso ce ne sia uno e non me lo stia inventando paro paro per darmi un tono, era basato sull’interrogativo su come cazzo ha fatto l’essere umano a progredire così tanto e nello stesso tempo ritrovarsi così lontano da se stesso e dal senso dell’esistenza.

Di come questo senso di inadeguatezza, di smarrimento, che abbiamo tutti, chi più chi meno, sia forse dovuto  in parte al fatto, che cerchiamo di riempire la nostra vita di cose credendo che queste ci faranno sentire migliori. Di come abbiamo bisogno di fare un certo tipo di percorso prestabilito per sentirci realizzati: la laurea, il matrimonio la casa i figli per poi accorgerci che probabilmente non l’abbiamo desiderato veramente e quelle cose che ti dicevano fossero le cose importanti della vita finiscono per diventare delle gabbie dorate dalle quali presto o tardi ti accorgi che non puoi più uscire. Che ansia. Io comunque da quel punto di vista sto a posto perché non ne ho imbroccata una: niente laurea, no marito ,no figli e nessuna proprietà. Per molto tempo mi sono sentita in difetto per queste cose ma in questo preciso momento mi sento solo più leggera. Ho sempre avuto la strana sensazione che tutte quelle cose vengano fatte più per far piacere agli altri che per se stessi, probabilmente io e il destino abbiamo peccato di mancanza di tempismo, ma se mi guardo indietro son felice di tutto ciò che ho lasciato (e che mi ha lasciato) andare perché in realtà, non credo di voler appartenere a nulla. Ma la cosa più bella di tutte è che so che in qualsiasi momento potrò cambiare idea e cavalcare un  nuovo punto di vista,cercare altri  stimoli, avere nuovi desideri, non si può controllare cosa cambierà in noi ed è meraviglioso  lasciarsi sorprendere dalla vita. Ieri si diceva  tutto questo ed è stato  molto bello sentire Stefano che parlava di tecniche per arrivare alla pace interiore, di come il cervello sia un alleato, una macchina che ci aiuta a risolvere i problemi ma che senza la collaborazione di cuore, pancia e sesso, spesso non fa che crearli i problemi.

Alla fine ho pensato che forse il senso della vita è godersela per intero, restando nel presente, facendo quello che ci piace. Ma chissà perché se dici questa cosa in giro , le persone ti guardano come se fossi solo un fancazzista che non ha voglia di crescere, l’eterno Peter Pan. Credo tendenzialmente che  gli altri giudichino in maniera negativa non solo quello che non possono comprendere ma anche quello che sotto sotto vorrebbero ma che toglierebbe il senso a tutto quello che hanno perseguito per una vita. Abbiamo tutti bisogno di darci conforto nella ragione.

Stefano è un cantautore, un bravissimo musicista che ha vissuto dieci vite, un uomo dalla rara delicatezza che segue il suo sogno. questo è una delle sue canzoni che amo di più:

Io non so ancora darmi una definizione,m’interessano molte cose ma non sono mai stata in grado di sceglierne una ed approfondire. Diciamo che me la cavicchio in due o tre faccende  ma resto sempre in superficie. Il cibo e la musica sono due delle mie grandi passioni. Mi piace cucinare per chi amo anche se per me stessa faccio sempre piatti che assomigliano vagamente alla pappa del cane, però senza grandi sforzi riesco a tirare su una bella cena in semplicità per un po’ di persone e tutte le volte si crea una bella magia. Mi piace da morire cantare, ma a casa, convinta che non mi senta nessuno anche se in fondo lo so che mi piglia per il culo tutto il palazzo dato che io, ogni mattina sento distintamente i piagnistei ed i discorsetti della treenne del piano di sotto. Le pareti di casa mia  sono ostie ed il mio pubblico subisce suo malgrado con lo stesso entusiasmo con cui assistevo io alla messa della Domenica.

E’ che sia la musica che il cibo riescono ad evocare delle emozioni in maniera quasi istantanea, passano direttamente attraverso la pelle ed amplificano i nostri sensi. Riescono a far affiorare ricordi in maniera più totalizzante, ci sono canzoni che non smettono mai di commuovermi ed io sono una che se si fissa su un pezzo è capace di riascoltarlo ad oltranza da qui a per sempre. Caruso di Dalla è talmente legata a mio padre che ricordo perfettamente quando l’abbiamo ascoltata insieme in un viaggio di ritorno da Firenze sulla sua” Alfa 164″( la macchina da pappone per antonomasia) e ci siamo commossi insieme. E dire che non ricordo quasi nulla. Il mio cervello ferma solo i dettagli. Ma ogni volta che la riascolto io sono lì. Ci sono degli odori e dei sapori che mi rimandano immediatamente e Panama. So che quando nel mio frigo abbondano papaya, mangos e latte di cocco è perché ho nostalgia e voglio tornare, ma magari non posso e allora mi mangio un pezzetto delle mie radici. Meglio che niente. Il cibo e musica sono le due cose che ci avvicinano di più al sublime. Ed  anche se molte persone, tra le quali me medesima hanno gusti discutibili al riguardo, è una cosa che riguarda tutti in qualsiasi parte del mondo. Sono necessità che semplicemente abbiamo dentro da sempre, sono la nostra memoria, sono l’idea che cerchiamo d’ignorare, che le cose che  veramente ci servono sono il nutrimento del corpo e dell’anima. Per tutto il resto c’è Mastercard e l’intuizione che ci stiano prendendo abbondantemente per il culo.

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L’epilogo più probabile di una normalissima cena con i miei amici.

Il vaso di Pandora

Accennavo, alcuni articoli fa, che io e nonna Ninin abbiamo in comune questa strana ossessione per il mito di Pandora. Io non ho alcun ricordo di lei che me ne parla, eppure pare che di riffa o di raffa questa faccenda abbia colpito entrambe anche se a causa d’inclinazioni molto diverse. Ora io non so se l’interpretazione che darò di questa cosa, abbia un suo fondamento perché Ninin da anni non c’è più e non ho mai avuto il tempo di chiederglielo dato che l’ho saputo solo dopo la sua dipartita. E’ venuto fuori quando ho sentito che la società  che aveva in Panama si chiamava “La Casita de Pandora” da lì  si è insinuato il dubbio e poi Madre mi ha dato la conferma. Chissà se anche queste cose sono catalogate nel nostro DNA e ce le tramandiamo di generazione in generazione. Mah.

Io non la conoscevo bene, i rapporti erano limitati per ovvie ragioni di distanza effettiva ed anagrafica ma credo che l’avesse interpretato come il talento tutto femminile di tenere a bada il male e il dolore, una sorta di privilegio o di potere che dir si voglia di saper fare fronte ad avversità con tenacia e di saper affrontare i mali inevitabili della vita avendo come asso nella manica questa effimera ma potentissima risorsa che è  la speranza.

La famiglia di Madre è una famiglia matriarcale. Anche se nonno Giorgio era quello che sgobbava di brutto, le decisioni, discutibili o meno le prendeva TUTTE lei. Lei era un generale con lunghi Caftani colorati ed un caratterino mica da ridere, che adorava tenere le redini di una famiglia di dimensioni (e conseguenti problematiche) spropositate. Amava le cose belle e lussuose, voleva che fosse sempre riconosciuto il suo status sociale, il suo ruolo centrale ed insostituibile nella famiglia, probabilmente le scorreva nel sangue ancora l’animo dei conquistadores Spagnoli. Aveva una tempra inaffondabile. A 92 anni quando io ne avevo una ventina ed ero a malapena in grado di accendere un computer lei ci mandava le mail. E siccome era cecata ma non si poteva dire pena il taglio della paghetta, aveva adottato l’astuto escamotage di appiccicare degli adesivi con le lettere giganti sulla tastiera,certa di non farsi notare. Il risultato erano degli scritti in esperanto, ma tanto di cappello lo stesso. Un giorno, una delle sue sorelle si ammalò di  Alzheimer così lei e alcuni dei sui fratelli tutti ultra novantenni partirono per Puertorico in missione umanitaria per non lasciarla sola. Io ogni tanto sorrido ripensando a questa manica di vecchietti nervosi mentre si aggirano per l’aeroporto di Tocumen tutti, rigorosamente, in sedia a rotelle molestando il personale, manco fossero una squadra para olimpica della terza età.

Di Pandora invece, io amo la disobbedienza. La necessità di sapere a tutti i costi. Come Eva, altra grande antenata delle Riot Grrrl. Credo che disobbedire sia fondamentale in molte fasi della vita ed io da piccola ci ho dato dentro a più non posso. Questo ha causato guai, rallentamenti, sgridate e lacrime  ma ho sempre esercitato il libero arbitrio e questa è una delle cose di cui mi vanto. Poi non so cosa sia successo, forse ad un certo punto ha avuto la meglio il senso di colpa ed alcune vicissitudini spiacevoli della vita. Ho incominciato a sentire il peso di questo vaso ricolmo di dolore ed ho iniziato ad identificarmi in quello. Il male del mondo è passato da peso sulle spalle ad essere parte di me. Così ho incominciato a muovermi  come se camminassi sulle uova, sicura di dover proteggere le persone che mi stavano vicino dal mostro che avevo nel cuore. Filtrando rabbia,  frustrazione, paura non ho fatto altro che amplificarle e restare ferma per un discreto lasso di tempo. Solo ultimamente mi sono resa conto ed ho imparato ad accettare che quel vaso è presente nell’anima di tutte le persone. Anche  in quelle da cui non te l’aspetti. La differenza a volte sta solo nella consapevolezza di se’. Ho anche imparato a domare, il più delle volte, queste bestie e incanalarle in sentimenti nuovi ed utili per la mia sopravvivenza.  A volte, sono talmente consapevole delle mie emozioni che posso dire con certezza in quali parti del corpo si manifestano. La paura mi sta sotto lo sterno, la frustrazione è un brivido che mi scende lungo le braccia, la rabbia è il fuoco che m’incendia le guance.

Pensando a quest’assonanza con Ninin mi viene anche in mente che molto dipende dall’interpretazione che tu vuoi dare ad una cosa, cosa vuoi che ti racconti. Esistono tante interpretazioni dei fatti quante sono le persone che non hanno perso il vizio di pensare con la propria testa. Gli altri si muovono un po’ come zombie e fanno volume ma forse anche quello è solo libero arbitrio usato alla cazzo di cane.

In questo momento mi piacerebbe parecchio tornare indietro nel tempo, quando dopo pranzo, noi femmine di casa ci buttavamo tutte sul lettone dei nonni e creavamo il nostro “Gineceo”. Restavamo per un’oretta lì a pigroneggiare e spettegolare un poco. Mi piacerebbe sollevare la questione ad una Ninin insolitamente pacifica perche’negli ultimi tempi era sotto Prozac. Mi pare di sentirla mentre mi risponde serafica : Ay Valeringa, Valeronga cosssa vuoi che me emporti,dopo  andiam a fare un po’de ischopping da Sacks così non ci pensi più. Genio.

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Ninin con un rappresentante dei mali del mondo: Cirillino la bestia di Satana

 

 

 

Senza far rumore

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Ci sono persone che generano universi di bellezza senza far rumore. Sono le persone che considero più preziose in questi anni chiassosi, egocentrici dove si sta sempre a guardarsi la punta del pisello senza sapere nemmeno quello che si ha dentro al cuore. E’ la fortuna che abbiamo a vivere, per il momento, in quella parte di mondo, dove a forza di preoccuparti del niente perchè hai tutto, puoi inventarti qualcosa per la quale stare male. Lusso puro. La maledizione dell’essere umano. Nessuno escluso, inutile fare quelle facce lì che vi vedo!

Questo mi è venuto in mente quando ho conosciuto la storia di Vivian Maier: Donna Statunitense nata negli anni venti. Lei nella vita faceva la tata. é morta da tata ma era una fotografa S U B L I M E. Ha lasciato tanto d quel materiale pregno di talento e significato da far impallidire orde di professionisti. Se non fosse stato per la tigna di un ragazzo che ha dedicato moltissimo tempo a ricostruire la storia e la carriera fino allora celata di questa donna non ne sapremmo assolutamente nulla. Comunque basta farsi un giro su Wikipedia et voilà! Io l’ho conosciuta grazie ad un collega che me ne ha parlato, in uno di quei rari momenti in cui, nel posto dove passo tot di ore alla settimana, si parla di passioni, di verità. Momenti che mi sono talmente cari che sono come una boccata d’ossigeno per un asmatico.

Che bella storia che è questa, non vi pare? Una persona con così tanto da dare, che vive una vita umile e dentro ha questo mondo di meraviglia che non ha MAI deciso di svelare. Che valore .Che importanza. Mica come la maggior parte di tutti noi che se non hanno un talento se l’inventano e se per caso ce l’hanno, per portarsi dietro il loro Ego hanno bisogno di una cariola.  Per il disperato bisogno di sentirci un pò meglio degli altri abbiamo perso di vista completamente il significato che è , in questo caso, l’esigenza di restituire un pò di bellezza al mondo e basta.

Io quando sento queste storie mi emoziono tutta manco fossi tornata a fare la “Titti Parenti” di nonno Giorgio, mi arruffo come fanno gli uccelli quando fanno il bagno.

Io che per qualsiasi cosa che faccio, faccio ‘na caciara allucinante, son sguiaita, eccessiva è il sangue latino, credo. Quello che vorrei che si vedesse quando ballo invece sembro una scopa invasata ma vabbeh. Io che sono questa roba qui, di fronte alle persone che silenziosamente fanno cose straordinarie mi sciolgo completamente, sento che la mia anima si espande.

Io una persona così ce l’ho vicina, si chiama Silvia, è una mia amica. Sembra un uccellino. Ma ha la forza di un leone, ha due palle che non ho mai visto in nessuno degli uomini che ho avuto il piacere o dispiacere d’incontrare. E come le donne, quelle autentiche, non ha barattato il suo femminile con l’arroganza tipica maschile lo fa con una dolcezza ed attenzione disarmanti. Ed io ne rimango sempre incantata. Davvero. credo che sia per persone così che probabilmente questa umanità demmerda che siamo non sia tutta da buttare.

Questa canzone spiega meglio la faccenda:

 

 

D-Istruzione

Volevo pubblicamente ringraziare i miei genitori per aver fatto un mucchio di sacrifici per farmi studiare nonostante tutte le rimostranze che hanno dovuto subire negli anni dalla sottoscritta. A me non piaceva andare a scuola, a me piaceva principalmente farmi i cazzi miei in mezzo alla natura selvaggia e per natura selvaggia intendo il giardino di Via Guerrazzi a Genova dove sono cresciuta. E lo so benissimo che non è una dichiarazione edificante ma meglio detto da me che spifferato poi in seguito da elementi terzi.

C’è da dire comunque che la scelta delle scuole fatte dai miei genitori ma soprattutto da devotissima Madre non ha aiutato né me né la mia ansia ad uscire psicologicamente  indenne dagli anni della scuola dell’obbligo. Io mi sono sparata 8 anni di suore. Nell’ordine: Benedettine, Marcelline e Dorotee dove ho passato solo un anno e finalmente sono riuscita a farmi cacciare. Che se ci fosse un album delle figurine dell’ordine religioso cattolico, quello sarebbe l’unico album che avrei mai finito in vita mia. La maestra delle elementari si chiamava Suor Iole e L’insegnate d’Italiano e Storia delle medie era Suor Manuela. Comun denominatore di entrambe era la predisposizione all’incazzatura facile con conseguente  vena rigonfia sulla fronte. Diciamo che il metodo Montessori non la faceva da padrone, ma alla fine se due cose due le ho imparate, lo devo alla loro tigna e alla  paura che avevo della loro reazione quando sbagliavo qualcosa e purtroppo capitava spesso. Da lì mi auto nominai: Valli di lacrime. L’anno scorso frugando nel cassetto dei ricordi a casa dei miei, ho rinvenuto un tema fatto in seconda media dal titolo: Suor Manuela furente. In cui in pratica perculavo abbondantemente Suor Manuela per la sua innata pazienza fingendo preoccupazione per la sua salute e per un  eventuale futuro ricoperta di rughe tanto si smostrava dall’ira. Presi”Appena sufficiente”. In quell’occasione vennero dimostrate due cose: che già da piccola, nonostante la mia proverbiale emotività, non avevo paura di dire quello che pensavo e che Suor Manuela nonostante tutto incassava il colpo con discreta eleganza. Dopo quell’episodio però non ci fece mai più fare un tema libero. So che qualche anno dopo la fine della scuola si fece missionaria in Sud America. Io spero tanto per quelle povere creature che il suo problema fosse proprio con le alunne delle famiglie borghesi Genovesi perché se no mi vien da dire che non c’è limite alla sofferenza.

Mi sono rimaste alcune cose di quel periodo: Per anni ho faticato ad addormentarmi perché avevo paura che m’apparisse la Madonna e la pregavo tutte le notti affinché facesse visita ad un’altra bambina e non a me. Che tra Religione e Spiritualità la differenza c’è e si vede e che se alla fine ho optato per la seconda l’ho fatto con cognizione di causa anche se capisco, perché ogni tanto mi capita, il senso di smarrimento che si sente  quando le cose vanno storte e non hai più “Santi in paradiso” ma devi fare affidamento solo sulle tue forze, essere gli unici responsabili di se stessi è ostico ma di gran lunga più efficace. Comunque devo ammettere che ho passato una bell’infanzia in quei luoghi, le  sedi delle scuole erano bellissime, con giardini enormi e ben curati,ci nutrivano bene e passavamo molto tempo all’aperto a giocare, eravamo protetti. Non avevamo idea del significato della parola “fatiscente”. Nell’aula delle elementari avevamo tante piante ed  anche i canarini che cantavano tutto il tempo, ogni tanto facevano le uova e  se l’implume mostro sopravviveva veniva donato al bimbo meritevole di turno. Mi è rimasta sempre impressa una cosa detta da Suor Iole in quinta elementare poco prima degli esami e cioè che dovevamo stare attenti, che quel mondo protetto di lì a poco sarebbe diventato più ostile che la gente ci avrebbe giudicato anche per la marca di scarpe che avremmo indossato. Mi duole ammetterlo ma aveva proprio ragione. Solo che pensavo che ad un certo punto sarebbe finito anche quel mondo lì mica che sarebbe durato tutta la vita!

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L’utero è mio e me lo festeggio io

Quando cadono queste ricorrenze di solito la gente si divide in due scuole di pensiero: Chi pensa che ogni occasione sia buona per festeggiare e chi fa appello alla storia e dice no, che non c’è nulla di cui stare allegri.

Io penso quanto segue:

1: La mimosa è un fiore di merda, puzza e chi l’ha scelta come simbolo della festa della donna era senz’altro un misogino.

2: Al giorno d’oggi, se incontri un uomo che si limita a deludere le tue aspettative senza menarti o buttarti addosso un po’ d’acido, devi ritenerti fortunata e sorridere alla vita.

3 : Che comunque è giusto ricordarsi delle lotte che sono state fatte e vinte negli anni per garantire il rispetto del femminile, ma l’uguaglianza è ancora una conquista lontana e non si ottiene certo con quattro fiorellini e due spogliarelli. L’ugualianza si ottiene con il rispetto e basta.

Verrà un giorno, in cui spero, ci saranno uguali diritti per tutti, in cui nessuno sarà proprietà di nessun’altro, che si farà famiglia con chi amiamo e nessuno si sentirà in diritto di dover impedire l’amore solo perché non conforme alle “regole della natura” che se tutto dipendesse da quello uno come Giovanardi si sarebbe già dovuto estinguere da tempo. Ci sarà un giorno in cui sarà normale aprire le porte a chi è in difficoltà, un giorno  in cui ogni persona potrà decidere liberamente della propria vita senza per questo rischiare la vita  stessa. In cui si faranno i figli perchè si desidera donare opportunità  e non per consolidare relazioni o colmare vuoti dell’anima. Verrà un giorno, in cui una donna potrà vestirsi come cazzo le pare senza per questo dover sentire battute inappropriate, stupide e  volgari. Che c’è una bella differenza fra uno sguardo di compiaciuta ammirazione ed uno sguardo del tipo Flinston di fronte ad una bistecca di Pterodattilo.Queste orecchie hanno sentito la seguente frase una volta: Minchia zia, quella ha i jeans così stretti che se tira un rutto puzza di figa!

Mi sono vergognata anche a scriverlo, ma andava fatto.

Per me l’8 Marzo è la festa di una delle mie donne preferite: Titta. Amica, madre, sorella. Una di quelle donne speciali dalla quale trarre ispirazione ogni giorno. Una donna che è casa e solo per questo oggi  è una giornata meravigliosa.

In buona sostanza , io sono ben contenta di essere donna, forse vorrei essere uomo un giorno nella vita solo per fare l’elicotterino con il pisello e vedere l’effetto che fa. Ma nello stesso tempo, ho molta ammirazione per alcune cose dei maschi che a noi donne riescono un pò difficili, tipo il lavoro di squadra e rapporti d’amicizia a volte più leggeri in cui la competizione di solito si manifesta nel gioco e non nelle cose della  vita.

Festeggiateci se volete , ma fatelo per le cose giuste: perché ci tocca sopportare spesso la vostra immaturità e siamo sempre pronte a comprendere anche quando vi comportate come veri stronzi. Perché dimostriamo ogni giorno, una forza ed un coraggio che voi non riuscirete mai ad avere. E prima di regalarci una mimosa, vi prego, annusatela profondamente per almeno trenta secondi e domandatevi se a voi piacerebbe. No, non vi piacerebbe.

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Chicca e Claudietti ed io quando saremo vecchie e ci avranno scagato tutti.

 

 

 

 

 

 

L’animale guida

Dicono che ognuno di noi abbia un animale guida dal quale trarre ispirazione, una sorta di totem o entità che ha un significato simbolico per una singola persona, la cui caratteristica principale potrebbe essere una qualità anelata dalla persona stessa.

Ci sono quelli fortunati che si rispecchiano nell’aquila, nell’orso, nella tigre o meglio ancora nel lupo ,tutte bestie in cui è bello identificarsi e ricercare così in se stessi forza e dignità.

Molto spesso però, per la gente comune o per quella che conosco più o meno approfonditamente io, le cose sono molto diverse.

Ho visto persone  far riferimento a bestie quali: Il maiale, lo stercorario, la cicala, il ramarro  e molto spesso la zoccola ( sia uomini che donne, sia chiaro.) Animali che di parvenza spirituale hanno ben poco da comunicare ma allo stesso tempo dicono molto della persona alla quale fanno riferimento.

Io personalmente credo che le cose non siano così semplici e che di animali guida ne abbiamo ben più di uno a seconda del giorno e del periodo della vita che stiamo affrontando. Ad esempio la mia amica Claudietti, che più che amica è proprio sorella acquisita nel cammin di questa vita, sostiene che certe sere il nostro animale guida sia l’oca. Essa  ci accompagna starnazzando nelle notti Torinesi, io me la immagino sculettare davanti a noi con una bandierina gialla, un pò monito per gli sventurati che ci incontrano in serate particolarmente moleste un pò guida turistica per tenerci tutte insieme ed evitare così dispersioni di decibel e di tedio.

Io ogni tanto penso che il mio animale guida sia una combo dei miei animali domestici:

Un po’ gatto Vladimiro pigro, bulimico,  insaziabile di formaggio e di coccole, il gatto più molesto e bisognoso che si sia visto su questa terra tanto da essere presto rinominato Stalkerino, un po’ cane Ciro  che sembra il frutto dell’amore proibito tra un maiale ed una volpe, con lo sguardo tenero del cane bastonato e molto poverino ma che sotto sotto è un paraculo di dimensioni spropositate che alla fine ottiene e fa ciò che vuole. Per comodità lo chiameremo Vladiciro. Bel quadretto davvero.

L’animale guida di nonno Giorgio, già citato precedentemente era il bradipo e quello di nonna Ninin sicuramente era la scimmia. lei senza scimmia non viveva e non in senso lato, non era mica una tossica, almeno non credo, ma ovunque andasse doveva assolutamente averne una con sé. Mi ha narrato Madre che una volta, negli anni settanta quando venne a trovare lei e i miei fratelli da Panama, appena superata la dogana, con un sogghigno che mi pare proprio di vedere, spalancò il suo impermeabile in stile maniaco ai giardinetti, mostrando al suo interno due povere scimmiette nane che giacevano narcotizzate nelle tasche interne del soprabito abilmente mimetizzate, dono per i miei fratelli. Inutile dire che le poverette non videro il mese successivo, ma la casa di mia mamma in compenso ha puzzato di stalla per anni.

Ognuno ha il suo animale totem  dunque, ed anche se piano piano stiamo cercando di sterminarli tutti perché alla fine più che animali noi umani ci comportiamo come il batterio dell’Ebola, ci sarebbero ancora tante scelte simboliche da fare e non mi spiego come mai, non cerchiamo qualcosa che c’ispiri a far di meglio ad elevarci e invece volenti o nolenti , almeno una volta nella vita, facciamo quasi tutti riferimenti all’ornitorinco: simpatico mix tra una lontra ed una papera, un animale che se lo guardi ti viene solo da dire: Ma perché? Presente sulla terra da tempo immemore non è mai cambiato di una virgola e sembra essere assolutamente ignaro di ciò che è , figuratevi se ha qualcosa da insegnarci, poverino.

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Un pò per amore, un pò per caso.

Questa mattina, finalmente, son riuscita a fare una bella passeggiata con Ciro, il mio maialontra. Rimuginavo tanto per cambiare sui fatti miei ed il pensiero principale era su quanto tempo perdiamo a prepararci, a farci un’idea di delle cose che vorremmo per essere felici e poi puntalmente arriva un tiro mancino del destino e tutto cambia. Come se ci fosse una sceneggiatura nella nostra testa di una commedia bellissima che però non finanzieranno mai. Ci pensavo perché quando ho aperto questo blog, avevo un’idea ben precisa di quello che avrei voluto fare e della piega che avrebbe dovuto prendere. Per dire che ho i tempi lunghi, mi ricordo perfettamente il momento esatto in cui ho pensato per la prima volta a questa cosa qui. Era Gennaio dell’anno scorso ed io me ne stavo spiaggiata su una sdraio a Playa Blanca  e siccome non c’avevo un cazzo da fare se non farmi un’abbronzatura che scatenasse l’invidia dei colleghi, pucciarmi mollamente nell’oceano pacifico e cercare di non finire fuori strada con el carrito da golf: unico mezzo a quattro ruote che mi è stato concesso guidare dato che non ho la patente  non perché io sia una radical chic che ha deciso di non averla ma perché non me l’hanno proprio voluta dare. L’esaminatrice, dopo un improbabile parcheggio in retromarcia nel quale tra poco tiro sotto tre bambini Rom, che impavidi, giocavano a palla in mezzo la strada incuranti del pericolo sfiorato,  mi ha solo detto:- Signorina: non me la sento.- Così ho apprezzato il coraggio di Tio Rodrigo quando mi ha dato le chiavi del suo carrito per arrivare dalla casa alla spiaggia più agevolmente. Mio padre ha apprezzato un po’ meno: Lui, che ha vissuto sulla pelle la fame e la guerra era terrorizzato. Il suo sguardo mentre affrontava a fianco a me le stradine impervie del villaggetto, è la più grande prova d’amore che abbia mai ricevuto. Comunque non divaghiamo. In quell’occasione  pensai per la prima volta  a questo blog. Il nome mi venne in mente quasi subito. volevo parlare delle mie passioni e di come queste siano il motore che ti spinge a migliorare. Dopo circa  un’anno finalmente sono passata all’azione ed eccomi qui che scrivo, principalmente, della mia strana famiglia.  Io non sono una persona organizzata. Non ho autodisciplina, io nella vita vado a braccio. Mi hanno sempre rimproverata tutti per questo, ma io sono una che non da soddisfazione. Mi perdo fra i miei pensieri, come peraltro avete già potuto notare, mi lascio trasportare dalla corrente, così sono piena di progetti mai realizzati e di cose lasciate a metà. Di solito questa cosa mi fa incazzare tantissimo, perché in questo mondo dove devi sempre dimostrare il tuo valore, dove devi essere il più figo di tutti , il non sapere dove vuoi andare a parare e come fare a raggiungere i tuoi obbiettivi è un bruttissimo difetto e purtroppo, nel mio caso non è nemmeno l’unico.

Però in tutte le cose c’è un aspetto che non teniamo mai in considerazione, un punto di vista che appare quando tutto sembra andare storto ed i tuoi piani sono rovinati da fatti estranei al tuo controllo. Puoi incazzarti, chinare la testa e prendertela con il destino infingardo oppure puoi cercare di uscire da te stesso ed abbracciare un nuovo punto di vista. Di solito è in queste situazioni che si compie una specie di miracolo ed avvengono cose che non avresti creduto possibili. Puoi scoprire delle risorse che non pensavi di avere e che ti sono più utili per darti un senso di quello che avevi programmato. Tanto i piani se non li cambi tu verrà la vita o qualcun altro a farlo ma se saprai essere più fluido, sarà comunque bellissimo. Io ho un rapporto ambivalente con le mie radici, sono tanta roba, nel bene e nel male e su questo non ci piove. Ma questa specie di catarsi che sta succedendo, scrivendone, sta mettendo a posto tante cose, più di quanto avrebbe fatto il bel programmino che mi ero fatta. E va bene così.

Come va bene che quella stronza dell’esaminatrice non mi abbia dato la patente, così sono qui che posso solazzarmi a scrivere dei fatti miei  e non alle Vallette con povere anime sulla coscienza.

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Io sono

E’ venuto il momento di passare alle presentazioni: Io mi chiamo Valeria Giovanna Anita Aminta. Ci sarebbero potuti essere in coda anche Giorgia e Santiaga, ma a quel punto credo siano intervenuti gli assistenti sociali, così mi trovo a gestire “solo” quast’accozzaglia di nomi e di conseguenti personalità. Quella faina di Madre, per portare a termine il losco piano, ha sostenuto per anni, con i parenti italiani, che fosse un’usanza panamense e a con i parenti panamensi , che fosse un’usanza italiana. Medea. Io me ne sono accorta tardi, come spesso mi accade, perchè son sempre con la testa fra le nuvole a fantasticare e non è facile tirarmi giù, di solito ci riescono solo a badilate. Me ne sono accorta tardi, dicevamo, quando finalmente, è scaduta la mia carta d’identità Panamense e sono dovuta andare a rifarla. Io ero molto felice perchè nella foto ero un cesso mostruoso e mi vergognavo come una ladra a mostrarla in giro, probabilmente a qualche posto di blocco, avrei preferito la prigione che tirarla fuori dal portafoglio. Adesso in quella nuova sembro una tossica , ma sono una persona positiva e mi è parso  comunque un miglioramento. Dovete sapere che da anni ormai a Panama la carta d’identità è del formato della carta di credito, non come qui in Italia che è formato rotoloni regina. Infatti è piccola e per farci stare tutti i nomi hanno dovuto scrivere anche sul lato destro in verticale. Fu a quel punto che notai il sopracciglio alzato dell’impiegata  come a dire: WTF!  E mi accorsi del misfatto.Comunque per mia fortuna in quella Italiana c’è la virgola dopo Giovanna e se non fosse che la storiella è sempre stata un mio cavallo di battaglia, probabilmente non lo saprebbe nessuno.

Comunque non è mica finita qui , vi piacerebbe. Mi piacerebbe.

Veniamo alla scelta dei nomi : Valeria l’hanno scelto perchè è il secondo nome di mio padre, cosa che è venuto a scoprire alla tenera età di 55 anni, quando si è sposato con Madre ed è dovuto andare all’anagrafe a ritirare il certificato di nascita. Lui credeva di chiamarsi Corrado Nino Antonio mi pare e di essere nato il 23 Novembre. Scoprì in quell’occasione di chiamarsi Corrado, Valerio e qualcos’altro e di essere nato il 12 Novembre. Quando chiese lumi alla nonna questa fece la vaga . Per i nomi si era semplicemente confusa , aveva avuto 5 figli in tempi di guerra aveva altro a cui pensare, per la data di nascita venne fuori che aveva barato per poter fare una sola festa di compleanno per papà e per la zia Teta e risparmiare. Lui comunque non ha fatto una grinza e da allora festeggia due volte il compleanno. Secondo i miei calcoli, oggi ha 198 anni.

Veniamo a Giovanna. Giovanna è il nome con cui nonno Giorgio chiamava mia madre Anna Maria. Mia zia si chiama Aminta e lui la chiamava Francesca. Mia madre quand’era piccola non riusciva a pronunciare bene Francesca e la chiamava Pakeka, nome con il quale ancora oggi ella si firma.

Anita e Aminta sono i nomi delle nonne e qui è tutto, diciamo così, normale. Sarà per questo che se avessi potuto scegliere mi sarei chiamata Ada.

Comunque sta storia dei nomi a Panama a me ha fatto sempre tanto ridere. All’attivo, in famiglia abbiamo: Tio Pungo,Tia Patita, Tio Rocky, Tia Inky, Pinky, Tio Porriqui, Maruchi, Pululù e molti altri e no, non sono i teletubbies. Io lo trovo bellissimo ma spesso mi perdo perchè là sono tutti Tio e Tia anche quando non ci sono legami di sangue. Questa pratica l’ho riportata anche qui a Torino e da allora nel quartiere ho tanti zii acquisiti, una suocera e due cognate. Mia suocera si chiama Magda ed ha deciso che sarei diventata sua nuora un giorno di primavera incontrandomi per strada. Il mio futuro marito ha deciso da lì a breve di emigrare e non lasciar più traccia di sè . Chissà perchè. Credo di essere l’unica donna al mondo più felice di avere una suocera finta che un marito vero.

Comunque tutto questo bailamme , mi ha reso confusa ma anche più predisposta ad avvicinarmi a ciò che è diverso, questo mi ha creato non pochi problemi con gli uomini perchè a volte, purtroppo, quel che sembra diverso è soltanto paraculo.

Non mi piacciono le persone che sembrano luoghi comuni, ma purtroppo normalmente, mi ci devo scontrare tutti i giorni per un tot di ore a settimana, ma poi dalla mia nuvoletta osservo tutto come se stessi guardando un documentario su Discovery Channel e mi passa perchè penso che sia una scuola di vita necessaria.

E non venite a dirmi che i luoghi comuni non esistono che non bisogna generalizzare e bla , bla,bla.perchè anche a me piacerebbe tanto credere che ne so,che Giuliano Ferrara sia il frutto di un’allucinazione collettiva, ma, ahimè, non è così.

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Bignami di famiglia: Nonno Giorgio contentissimo di portare Giovanna all’altare. Giovanna invece anche.

 

 

 

 

 

 

La casetta in Panamà

Spulciando tra i ricordi felici che ho da bambina, quello che detiene il primo posto in classifica da sempre, è la casa dei nonni a Panamà. Ho avuto l’immenso privilegio di crescere in una famiglia multietnica, numerosissima e decisamente incasinata, alla quale devo , oltre a molti anni di terapia, la grande libertà di non aver bisogno d identificarmi in un solo tipo di cultura,  ma di aver avuto la possibilità di poter attingere da moltitudini di pensieri, storie e punti di vista dando la possibilità al mio biondo cervellino di aver molte domande e poche certezze.

Ho avuto anche la fortuna, anzi diciamo pure il culo sfacciato, di poter passare buona parte della mia infanzia in questo posto magico e terrificante allo stesso tempo. La casa era una villa coloniale enorme e bellissima, dalla quale si accedeva tramite  un vialetto delimitato da un muretto di pietre bianche e nere che dava su una delle strade principali della città, il cui perimetro era costituito da due file di alberi di Mango secolari. Mi ricordo che entrando nel viale, dopo una curva molto stretta , ti trovavi di fronte un giardinetto di sassi bianchi con un albero torto al quale era legato al giunzaglio Cirillino, una scimmia di razza Cappuccina, aggressivo, molesto e diciamo pure cattivo come la morte, a causa della svanita libertà. Ci odiava ,giustamente e non mancava mai di farcelo notare tirandoci i capelli fortissimo  e mordendoci tra le dita delle mani non appena avevamo un momento di distrazione.  Amava solo nonna Ninin, ma poi ha morso anche lei e poco ci mancava che l’ammazzasse. Di fronte c’era una veranda con un tavolo enorme dove si mangiava tutti insieme. dietro al giardinetto un pollaio e la casetta delle colombe. Vivevamo circondati dalle bestie , ciclicamente mia nonna ci regala papere, polli e colombe, comprati al mercato degli animali. Io che ero la pù piccola, solitamente mi ritrovavo lo scarto degli altri cugini, ed avevo un parco bestie che pareva più una corte dei miracoli che altro: c’era la papera col becco storto e il gallo geneticamente modificato, che aveva sei dita in una zampa e prendeva un sacco di mazzate dalle galline che non avevano riconosciuto in lui un leader, mettiamola così. Io che da piccolina ero più che altro l’anello mancata tra la bambina e il cinghiale, girovagavo nuda in mezzo a tutto questo bestiame, immedesimandomi in Mowgli del libro della giungla.

Non ricordo di essere mai stata più felice in vita mia.

la casa era su due piani, soffitti alti e mobili antichi, neri , lugubri e pesantissimi. Madonne di ceramica più alte della Piccinini sparse qua e là davano quel tono fine che non impegna. Tutto il contesto mi ha svelato più cose sul Cristianesimo che anni e anni di scuole private dalle suore, ma questa è un’altra storia.

La stanza dove dormivo aveva tutte le pareti di vetro e di notte potevi intravedere  questo spettacolo tropicale di altissime palme e sentire il cicalare d’insetti e ranette colorate, nonchè altri suoni e grugniti di dubbia provenienza, tutto ciò nel bel mezzo della città.

Nota dolente dell’iddilio di quel posto meraviglioso, era che la sera si sentivano anche  i rumori sinistri di uno degli animali che più mi sta sul cazzo al mondo: la Cucaracha. purtroppo l’antipatia non era reciproca e molto spesso capitava di trovarmi addosso uno di questi schifosissimi scarrafoni con le ali , oppure se malauguratamente mi scordavo di portare l’acqua in camera prima di andare a dormire, mi toccava scendere in cucina ed affrontare la racappricciante visione di file infinite di bacarozzi che di notte si sentivano legittimati a prendere possesso del territorio, incuranti del mio terrore. Non erano bei momenti.

Nonno Giorgio, a volte andava a comprare dai pescatori sacchi interi di aragoste vive, che poi non aveva cuore di far bollire vive e allora le metteva direttamente in freezer.Così tra tutti i rumori molesti che  potevi sentire dal tuo confortevole lettino, vi era anche  un crepitare di zampette agonizzanti in lontananza, crepitare che mano a mano si faceva sempre più lieve. criiick!!! criick!! crick! cr…

Che simpatico nonno Giorgio, Genovese DOC, che quando era il mio compleanno  mi portava a scegliere la torta, io volevo la più grande e lui sceglieva la più piccola. Ma subito dopo si sentiva in colpa e andava a prendere anche quella che volevo io, così alla fine avanzava sempre e lui s’incazzava come un puma. Faceva le sua passeggiatina quotidiana e tornava sudato come se avesse fatto una gara di  Triathlon. Alla guida era l’uomo più lento del mondo, c’era una strada che passava nel bel mezzo della giungla,dove ogni tanto, capitava d’imbattersi in un bradipo che ,con i  suoi tempi, cercava di attraversare la strada, così lui, non pago di aver creato dietro di sè una coda infinita, fermava la macchina in mezzo alla strada, scendeva e a calci in culo aiutava ad attraversare l’animale che a questo punto mi vien da dire fosse il suo animale guida.  Lui per prendermi in giro mi chiamava sempre Titti Parenti: l’avvocato delle cause perse ,credo fosse per la  polemica intrinseca che mi accompagnava già dalla più tenera età. Con il senno di poi mi è toccato dargli ragione. Noi ci salutavamo sempre così: appoggiati faccia al muro uno da una parte e l’altro dall’altra, ci fissavamo intensamente e facevamo con i piedi la cosa che fanno i cani per coprire la cacca.

Nonna Ninin anche era un bel soggetto, aveva uno stile di vita a dir poco sopra le righe, ci teneva proprio. lei era quella che comandava in casa, non c’è molto altro da dire, ha tenuto con le unghie e con i denti unita questa esuberante e prolifica famiglia anche se forse, a volte , sarebbe stato meglio lasciare andare. Da lei ho ereditato la passione per gli animali, fortunatamente ( per gli animali ) rielaborandola un pochino ed una strana ossessione per il mito di Pandora.

dei miei nonni ricorderò sempre la risata. Non erano perfetti e senz’altro non rappresentavano il prototipo tipico dei nonni che avevano gli altri bambini qui in Italia, però si amavano tanto. Si amavano in un modo che mi è poi capitato raramente di rivedere nel corso della mia vita.

Negli anni le cose poi sono cambiate tanto, loro erano vecchietti e la casa davvero troppo grande e ormai svuotata. A malincuore hanno dovuto venderla e purtroppo la persona che l’ha comprata, a causa di alcuni screzi passati con il nonno, ad un certo punto, non ho mai capito perchè, l’ha fatta buttare giù dimostrando che il potere nelle mani delle persone sbagliate serve solo a distruggere la bellezza. Adesso quando capita di passare di lì, c’è solo il terreno delimitato da questo muretto di pietre bianche e nere ed un’enorme voragine al centro.

Io e mia mamma a distanza di anni, ogni volta che ci passiamo, piangiamo come vitelli. Allora abbiamo deciso di passarci il meno possibile, però ne parliamo sempre tanto e ricordiamo tutte le vicende divertenti e tristi che fanno parte del pacchetto. Che i ricordi, belli o brutti che siano, non li può buttare giù nessuno, ed anche se alcuni ti lasciano una voragine nel cuore , quel privilegio che sai di aver avuto e che ti hanno donato le persone che ami, resterà sempre la cosa più importante.

Nutro comunque il sospetto, ma non andrò mai a verificare personalmente, che le Cucarachas di allora , vere proprietarie di casa, se ne siano altamente battute il culo e siano ancora lì a creare ingorghi e code infinite nelle zone circostanti. Un pò come nonno Giorgio alla guida della sua voiture.

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