La danza dei sette veli

Il mio corpo è una macchina imperfetta. Negli anni ha accumulato un sacco di punti anzianità, segni, memorie. Il mio corpo è una macchina imperfetta ma minchia se ha appreso il concetto di resilienza! Ho tante cose di cui scusarmi con lui (ma anche lui con me, se è per questo.)  Dispotico e capriccioso ,  se poi si mette in collaborazione con la mia testa, riesce a diventare davvero fastidioso.

Quando m’incaponisco su di un unico punto di vista, quando mi dimentico di me stessa, quando la mia capacità di analizzare un problema è di poco dissimile da quella di un bimbo di cinque anni, ma soprattutto quando corro via lontana da quella che potrebbe essere la mia serenità e non c’è vocetta interiore che tenga, arriva corpo, che senza fare tanti discorsi mi fa un fallo da cartellino rosso e sembra dirmi: –Adesso vai in camera tua a riflettere su quel che hai fatto! E così è, attualmente.

Ed essere qui significa avere un sacco di tempo per pensare. Forse troppo. I primi pensieri sono quelli spazzatura, lagne di vario genere, complottismi e prese di posizione a caso.

Poi per fortuna anche la voglia di lagnarsi passa e la testa ed il cuore si svuotano. E finalmente viene voglia di riempirli di nuovo. Con andatura incerta, mi avvicino alla libreria e prendo un libro di Tom Robbins: Coscine di pollo. Nutro un sacco di sospetti perlopiù fondati, su Guru e gentaglia del genere, perciò dirò che lui è dio. Lui è dio e la mia amica Chicca che me l’ha fatto conoscere è Mercurio. Lui è uno che ne sa a pacchi e te lo dice come se fosse il tuo compagno di banco in trip.

C’è un passaggio nel libro che amo tantissimo: La danza dei sette veli.

Per ogni velo crolla un’illusione dell’umanità, per ogni velo caduto dal corpo della ballerina, la protagonista ha un’illuminazione che non sto qui a raccontare perchè non sarei in grado di restituirne il senso assoluto ma posso dire che è emozionante, erotico e rivelatore.

Credo sia il potere della verità quando si svela senza lasciare nessuna forma di rancore, solo la sua essenza.

Ora capisco che la cosa che più vorrei in questo momento è riconoscere l’essenza delle cose. Liberarmi dai miei veli, che sono perlopiù copertine di Linus nelle quali mi sono avvolta per proteggermi. Alcune certezze monolitiche ed abitudini che in qualche modo mi allontanano da me stessa, dalla mia libertà.

Partendo dal presupposto che per quanto io mi possa sforzare non posso controllare l’andamento delle cose, posso decidere ogni giorno di fare qualche cosa per avvicinare me, alle cose che mi fanno felice, ma questo non può avvenire senza lasciare andare e lasciarmi andare. Senza crisi non c’è crescita, questo l’ho imparato da maestra al corso di disegno, per dire che a volte l’essenziale arriva in posti e situazioni in cui eri andata per fare altro.

E  quindi adesso inizia una sfida : Un velo al mese da togliere, iniziamo con qualcosa di poco pretenzioso: Il fumo. Essendo abbastanza incostante anche nel vizio , non dovrebbe essere particolarmente difficile. Se poi come complice ho quel fetentone di corpo,  che mi legna di brutto appena sgarro, sarà il primo sanpietrino di: Via dell’essenziale.

 

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 Le marmellate di D.

Cielo grigio su, foglie gialle giù, nel cuore una palude insanabile che sta incominciando a farmi girare ben bene quegli ammennicoli misteriosi che stanno lì, fra le pieghe dei maschi, forse , solo a bilanciarne il peso.E’ perciò evidente che questa sia  una di quelle giornate in cui non riesco a tenere a bada il mostro che alberga  in me, di solito sopito, stamattina si  è svegliato incazzato come un puma , maledicendo in ordine alfabetico tutti gli esseri viventi e non di questa terra.

Sono giorni in cui mi trovo a pensare a cose orribili in cui prende il sopravvento il mio lato più nero e mi ritrovo a pensare solo due cose:la prima :esticazzi, ne  ho di ben donde! E la seconda :  è abbastanza inutile che me la tiri con fantasie distruttive, tanto là fuori è pieno di professionisti partirei già svantaggiata. L’unica soluzione sarebbe fare come mago Merlino: pantaloncini improbabili con le palme e via! Honolulu sto arrivando!

Invece guardo il saldo in banca  e mi rendo subito conto che la meta più ambiziosa, attualmente, sarebbe Carmagnola , così scaccio i grilli per la testa e mi metto a cucinare.

Posso dire, con un misto d’ orgoglio e rassegnazione, che sicuramente ci sono degli aspetti della mia vita che non riesco proprio a mettere in ordine, l’allerta è sempre dietro l’angolo, per così dire, ma dall’altra parte, invece, sento  di avere avuto la fortuna sfacciata, di aver riempito la mia vita con persone straordinarie. Eliminato il superfluo, c’è più spazio per la bellezza e da alcuni anni, avendo tagliato rapporti consumati e squilibrati, mi ritrovo circondata da persone straordinarie.

Tra queste c’è D.

D. è la mia vicina di casa.

D. è una piccola grande donna, una guerriera per la verità. Nonostante le vicissitudini della vita, che si sa, non stanno esattamente a guardare chi hanno davanti e dispensano gioie e dolori un po’ “ad minchiam”, generando in me ,rabbia e frustrazione a pacchi; Lei ha la potenza di una tigre e il cuore di panna delle pubblicità anni ’80. Il mix è esplosivo.

D. crede tanto nelle mie doti, tanto da avermi commissionato , per fare un regalo a delle persone che le sono state molto vicino, una cinquantina di barattoli di marmellata. Chi mi conosce lo sa: il verbo ” Procrastinare” l’ho inventato io, ed in queste giornate sulle montagne russe , che mi sono trovata mio malgrado ad affrontare, devo confessare che ho fatto un po’ di fatica a trovare la giusta verve per iniziare . Ma poi ho pensato ad un sacco di cose che ci siamo dette. A tutte quelle volte che mi ha dato coraggio, quando, metaforicamente, io mi sbucciavo un ginocchio e lei era stesa a terra. Così, naturalmente, ho incominciato. E ci sto mettendo tutto l’impegno e l’amore, che altrimenti avrei buttato al vento.

Lo metto in pentola insieme alla frutta, mescolando con lo zucchero di canna, con le spezie e con la fanciullesca speranza che a qualche cosa serva, che un po’ tutto questo bene doni sollievo.Comunque mi accontenterei solo di fare un buon lavoro, di fare il mio.

Poi penso che la cucina è così: noi siamo fortunati, per noi è nutrimento ma anche un atto d’amore,   dovremmo ricordarlo sempre. Dopo trenta secondi, penso anche che dovremmo  spegnere la televisione quando fanno vedere quei minchioni che parlano d’eccellenza sponsorizzando  porcate industriali fritte in olio di palma e ipocrisia. E capisco che no, la strada della spensieratezza è ancora irta di ostacoli e quindi  è meglio rimettersi al lavoro.

 

Oh Ben: la schiscetta fighetta

Se la settimana ha deciso d’iniziare così che lo dica subito, passo alla prossima!

Torino si è svegliata sotto una coltre di nebbia , aprire le finestre per cercare un valido motivo per uscire e trovare questo spettacolo è un tiro mancino del destino che faccio fatica a digerire.

Se  aggiungiamo annessi e connessi in stile Fantozziano, dolorini da ottuagenaria e umore ai minimi storici,

mi rendo subito conto che se voglio arrivare a venerdì senza aver ammazzato nessuno o aver ceduto alle lusinghe dello Xanax, ci devo mettere un sacco d’impegno e di cura.

Quand’è così , diventa una lotta contro il lassismo e  la pigrizia: il cercare di non lasciarmi andare alla deriva sporca di cioccolato e avvinghiata ad un piatto spropositato di tortellini, fedeli compagni dei giorni più neri e trovare in me un briciolo di dignità, diventa un’impresa titanica , ma ,  d’altronde, non essendo nemmeno vicina a quei giorni un po’ speciali,quando vesto i panni  di Topazio: mostro di lacrime e dolore, insignito del marchio di più grossa sfigata delle soap opera latino americane, non ho molte scuse da accampare.

In questi momenti, riesco persino a pensare che sarebbe bello tornare indietro nel tempo, quando stavo a casa con i  Mariachi, quando la privacy era una parola zozza ed io vagavo truccata come Moira Orfei sbandierando i miei ormoni di qua e di là , rivendicando diritti a caso e pensando sempre al compagno di classe tamarro che tanto mi faceva battere il cuor.

Sarebbe bello, dicevamo. Potrebbe eventualmente essere una consolazione, se non fosse che subito mi sovviene alla mente la mia cara Madre che mi fa un bel gesto dell’ombrello e mi dice: -se avessi voluto farti tornare indietro avrei partorito un boomerang!-

Ed è così che muoiono i sogni, oppure i piani B nati dalla più nera disperazione.Perciò occorre rimboccarsi le maniche e fare qualcosa per migliorare la situazione in fretta.

Di solito con me funziona concentrarmi sul corpo e sul cibo.

Cerco di mangiare bene  dal Lunedì al Venerdì, per potermi concedere un week-end all’insegna di qualche sacrosanto stravizio, perché ormai ho capito che di sole virtù non vivo e la mia resistenza massima a far la brava è di cinque  giorni su sette. Di solito in quei due miseri giorni vanifico ogni beneficio, ma poco importa, dato che un equilibrio instabile è pur sempre un equilibrio , bisogna sapersi accontentare. Riconosco che  il mio approccio nei confronti del  cibo è per un 70% alla Bud Spencer e per il restante 30%  in stile Gwyneth Paltrow. Più scissa di così non si può.

Così da un’annetto mi è venuta quest’ idea di portare  i pranzetti al lavoro in stile Nipponico: I Bento Box.

Non sono null’altro che la versione fighetta delle nostre Schiscette, a loro vantaggio hanno due cose: nutrizionalmente equilibrati ( almeno loro) ed esteticamente graziosi, sono veloci da fare, belli da vedere e buoni da mangiare in più regalano crediti ” Senso di colpa” e quando arriva il week end ti senti libera di gridare, come una Leonida inferocita:-Questa è Spartaaaa! Affondando le fauci godute in un sbrodolante Fazzoletto alla ricotta: prelibatezza della pasticceria  siciliana sotto casa, che presto vi presenterò.

Intanto ecco alcuni esempi di Bento Box:

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Una vita in differita

Per quanto mi possa sforzare, adesso lo devo proprio ammettere a me stessa:

Sono sempre in ritardo. Nella vita intendo, non agli appuntamenti.

In quello spacco sempre il minuto e subito dopo, spacco sempre le palle perché, ahimè, sono circondata da ritardatari cronici, ma non è questo il punto.

Il punto è che  nella vita, ho avuto idee rivoluzionarie all’incirca ogni venti minuti di ogni santo giorno, ma invece di aver cambiato il corso delle cose, sono morte asfissiate fra i nodi dei miei capelli, vittime di un’ incubazione infinita, rimangono lì sospese a dispensarmi la mia buona dose di senso di colpa quotidiana.

Ma se le dinamiche, tendenzialmente, non cambiano, le persone si. Non sempre, non tutte, ma dopo una buona dose di schiaffoni, capita che alcune si sveglino, e riescano a vedere quello che fino all’altro ieri era totalmente oscuro.

E quello che vedono è di una semplicità disarmante: pensa un pochino meno e fai di più. Bom.

Non sarà la scoperta del secolo, ma ho capito , dopo tanto tempo, che facendo le cose che mi piacciono, con amore e senza aspettative, sono felice. Mi prendo il mio tempo e ,con questo blog, il mio spazio , senza perfezionismo e per puro piacere. Cucino, disegno, tutto in maniera mediocre, per carità, ma mi metto sempre  alla prova e nonostante tutto continuo a sognare, restando in piedi sulla tavola e godendomi il viaggio.

E poi , scusate, non sentivate un irrefrenabile bisogno di un blog che si occupasse di cucina? O l’hanno già fatto?

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